In questi giorni mi è venuta più volte in mente una scena del film Caro Diario di Nanni Moretti in cui il regista, parlando con la moglie di alcuni libri letti che gli sono piaciuti, cita lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, "bel libro, come tutti quelli di Yehoshua". Mi è tornata in mente questa scena perchè il suddetto scrittore, intervistato dai giornali di tutto il mondo, ha giustificato l'intervento del suo paese nella Striscia di Gaza, giudicandolo inevitabile : "cosa potevamo fare?". Per un puro pregiudizio antisionista mi sono sempre rifiutato di leggere i libri di Yehoshua, ritenendolo a ragione uno di quegli intellettuali fintamente progressisti, che parlano di pace e convivenza tra i popoli fino a quando il proprio stato non imbraccia, "inevitabilmente", "perchè attaccato", le armi. Lo ritengo degno di stare in un film di Moretti o nel salotto televisivo di Serena Dandini. Con lui, anche altri scrittori, come Amos Oz, noti e stimati in Italia, tutti appartenenti alla sinistra laburista israeliana, al Meretz, si sono detti a favore del massacro dei palestinesi a Gaza. Mentre scrivo queste righe l'esercito sionista è entrato nel territorio assediato e impazzano gli scontri, dopo che per otto giorni sono state bombardate case, moschee, ambulanze, mercati e uccise quattrocento persone inermi. Sono state dette parecchie menzogne in queste drammatiche giornate, sotto la spinta del fervente lavoro degli apparati ideologici di Stato di Israele e dei suoi lacchè sparsi nel mondo. La prima clamorosa menzogna è stata quella di attribuire ad Hamas la fine della tregua. Poi si è incominciato a far vedere nei telegiornali per minuti interi questi scalcagnati razzi Qassam lanciati disperatamente da Hamas a casaccio, facendoli passare per il terribile attacco dei terroristi islamici contro il pacifico popolo ebreo. Mentre l'inviato del TG1, Claudio Pagliara, diceva senza vergogna di aver partecipato ad una riunione operativa dell'esercito israeliano, donne e bambini di un territorio assediato venivano bombardati, lasciati senza acqua e medicinali, in una situazione disastrosa. Alla fine gli scrittori democratici sono costretti a gettare la maschera ed a schierarsi con l'invasore assassino. Anche Obama è costretto ad un imbarazzato silenzio. Questo va detto perchè credo che la penna di uno scrittore e le parole di un giornalista siano importanti e combattano la guerra al pari delle bombe e delle granate e dei razzi che piovono sulla testa della gente. Lo diceva lo stesso Nanni Moretti che "le parole sono importanti". Forse i palestinesi hanno avuto il torto di votare democraticamente per un partito, Hamas, che non si è venduto senza ritegno come Fatah al nemico, hanno avuto il torto di farla finita con la corruzione dilagante e paramafiosa dell'Anp e dei Dalhan. Hamas è stata accerchiata ed isolata, il popolo palestinese è stato diviso e mandato al massacro e la comunità internazionale non ha fatto niente, fino all'irreparabile. Gaza è sola. I palestinesi combattono la loro "guerra asimmetrica", la stessa vigliacca aggressione delle superpotenze contro gruppi minori che l'Occidente ha l'ardire di definire, lui, terroristi. Esattamente come in Irak e come in Afghanistan. Ma le guerre asimmetriche sono strane guerre e spesso, Bush ne sa qualcosa, è pericoloso dichiararsi frettolosamente vincitori. I palestinesi combatteranno, così come lo hanno fatto gli irakeni e gli afghani. Nessuno si faccia illusioni, la guerra è appena cominciata.
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sabato 3 gennaio 2009
giovedì 18 dicembre 2008
Per farla finita col giudizio di dio (ascesa e declino dell'operaismo)
"Adesso cominciamo a parlare dei rapporti di produzione"
B.Brecht
Nella sua "La società dello spettacolo", opera che molti, non avendola letta, fraintendono per una critica della televisione, Guy Debord analizzava i sistemi di produzione capitalista e socialista. Secondo la fine interpretazione debordiana lo sviluppo di entrambi si differenziava unicamente nel grado di produzione immaginaria e simbolica, lo "spettacolo", rispettivamente nello "spettacolare concentrato" del socialismo ed in quello "diffuso" del capitalismo. In tutta l'opera dello scrittore francese l'unica alternativa politica appena accennata era lo sviluppo mondiale dei "consigli" dei lavoratori, un accenno ad una tradizione, quella consiliarista, ben radicata nella storia del movimento operaio. Di sicuro i situazionisti, pur nel loro breve ed intenso apparire sulla scena poetico politica, non ci hanno lasciato altre vere indicazioni sull'organizzazione e sul che fare : i consigli di Debord sono rimasti un semplice e vago riferimento. Parallelamente al lampo situazionista, indubbiamente con diverse connessioni, abbiamo avuto in Italia lo sviluppo dell'operaismo. Nel Lenin in Inghilterra del primo Tronti possiamo riscontrare una comune eco nitzcheiana, un farla finita con il diamat sovietico ed uno sfondamento a sinistra di teoria e prassi. Dal punto di vista della teoria e pratica organizzativa, comunque, l'operaismo è andato ben più avanti di Debord e soci, ed insieme al consiliarismo di matrice eterodossa ed antiburocratica, ha proposto sulla scena mondiale una pratica di sicuro innovativa. Quello che veniva criticato come "spontaneismo", la pratica conflittuale delle organizzazioni di "parte operaia", la classe operaia "senza alleati", hanno prodotto un bel po' di cose. L'Autonomia operaia ha sviluppato il concetto di rifiuto del lavoro, del salario sociale sganciato dalla prestazione lavorativa ecc. Tutto ciò in una cornice insurrezionale. Questo è il tratto decisivo dell'eresia operaista, quello della sperimentazione di nuove pratiche organizzative, teoriche e conflittuali dentro l'ambito leninista e non più togliattiano. Se si legge "Dominio e sabotaggio" di Negri non si possono avere dubbi al riguardo. All'interno di una lettura della realtà molto dinamica, sociale, attenta alle evoluzioni ed ai cambiamenti del mondo del lavoro, del linguaggio ecc. l'operaismo affrontava l'assalto al cielo ed al cuore dello Stato. Successivamente al crollo ed alla sconfitta di questo assalto, al 7 Aprile ed alla catastrofe della lotta armata, il pensiero operaista ha avuto la capacità di rifondarsi e rinnovarsi in maniera strabiliante, come forse poche culture della sinistra hanno mai saputo fare. Questo rinnovamento, per cui è possibile parlare di post-operaismo, avviene sostanzialmente grazie all'incontro fecondo con il pensiero francese di Foucault e Deleuze. Principalmente nella lettura della microfisica del potere foucaultiana, abbiamo uno slittamento di tutta la tematica operaista in un contenuto sociale della sua prospettiva politica. Permangono i riferimenti al rifiuto del lavoro, al sabotaggio, all'esodo, al salario sociale, all'autonomia come metodo, al passaggio al comunismo senza transizione socialista, alla costruzione dei contropoteri diffusi ecc. Ma, progressivamente, fino all'ultimo incontro con il movimento no global e con le nuove pratiche altermondialiste, lo sfondo leninista viene completamente abbandonato. E' il problema del Potere ad essere messo in questione, e con questo la lettura complessiva della politca generale, della sfera della rappresentanza democratica. Questa lettura ha portato ad effetti immediati anche positivi, come il saper afrontare meglio la complessità dei fenomeni sociali e delle sfaccettature variegate dei conflitti e delle resistenze in atto, così come pure la possibilità di porre le proprie organizzazioni, movimenti o centri sociali, direttamente verso il conflitto, saltando mediazioni e burocrazie. Altri, però, e ben più gravi, fino alla definitiva mutazione genetica sono stati i danni subìti. Innanzitutto il rifiuto della delega come principio e della strutturazione formale dei gruppi ha portato ad un inevitabile verticismo e leaderismo. Se non ci sono luoghi in cui decidere e manca un riferimento esecutivo revocabile è chiaro che decideranno in pochi senza possibilità di verifica. Così come, mentre lo Stato agiva violentemente, negli ultimi trent'anni, a favore del capitale con le ristrutturazioni neoliberiste, fino a diventare un Profit State, la lettura microsociale non consentiva più di affrontare efficacemente gli snodi decisionali del governo. Se ci si è buttati nel contrasto della governance, ci si è fermati in una totale immobilità nel campo del government, della decisione politica. A questo punto, perchè non può sfuggire a nessuno il nesso che di volta in volta si crea tra i due livelli, si è creato un sistema di supplenze ed alleanze che soppiantasse questa mancanza. Ed allora, per necessità, ci si è rivolti alle burocrazie riformiste partitiche e sindacali, in cerca di un impossibile entrismo sui generis, di un "attraversamento", dell' utilizzo strumentale di strutture già esistenti. Va da sè che questo tentativo si è risolto in una catastrofe politica, di cui ogni tanto ci si rende pure conto, come nella fase del 2003 della diatriba violenza-nonviolenza e dell'ingresso di rifondazione comunista nell'Ulivo prima e nel governo poi. Salvo poi ripetere lo stesso schema con altri gruppi, dalla CGIL in giù. Le vecchie parole d'ordine del rifiuto del lavoro e del reddito di cittadinanza, create in un contesto rivoluzionario e addirittura leninista ed insurrezionale, si sono come ibernate e collocate in questa pratica sociale assoluta con alleanze riformiste e riformatrici. Questo, paradossalmente, andrebbe pure bene, solo che ci sono dei piccoli particolari che non quadrano e i fatti, si sa, hanno la testa dura. La crisi economica attuale, una crisi prima che finanziaria, crisi di struttura e di sovrapproduzione, mostra come non mai l'esigenza di intervenire a monte dei processi di produzione, della divisione del lavoro e della pianificazione. E' chiaro che l'attuale sistema produttivo sta portando al collasso l'intero pianeta e che non è più possibile affidarsi al capitalismo ecologico e sostenibile per salvarsi dal disastro. E' il riformismo ad essere oggi impossibile. Si ripropongono con forza, i problemi di un socialismo che sappia organizzare in maniera più umana e consapevole la grande produzione, magari eliminando anche la forzata salarizzazione di sfere relazionali e cognitive. Se l'obiettivo è quello di pianificare, ridurre e dividere il lavoro, non è tanto chiaro come possa farlo esclusivamente un, pur necessario, salario sociale. Ed in genere non è chiaro come una strategia federalista e microconflittuale possa farsi carico dell'immane compito di ricostruire, dall'alto, dal basso, da sopra o da sotto che si voglia, una strategia rivoluzionaria adeguata ai tempi. Quindi, invece di contorcersi nelle crepuscolari dispute attuali sull'essere marxisti e non di sinsitra, invece di addossare ogni colpa dei rallentamenti dei conflitti ai comunisti brutti e cattivi (poco fashion), sarebbe meglio che il movimento post-operaista prendesse atto del proprio fallimento e si ritirasse, con il positivo bagaglio delle sue migliori intuizioni, negli ancora troppo deboli ranghi della sinsitra anticapitalista.
Nella sua "La società dello spettacolo", opera che molti, non avendola letta, fraintendono per una critica della televisione, Guy Debord analizzava i sistemi di produzione capitalista e socialista. Secondo la fine interpretazione debordiana lo sviluppo di entrambi si differenziava unicamente nel grado di produzione immaginaria e simbolica, lo "spettacolo", rispettivamente nello "spettacolare concentrato" del socialismo ed in quello "diffuso" del capitalismo. In tutta l'opera dello scrittore francese l'unica alternativa politica appena accennata era lo sviluppo mondiale dei "consigli" dei lavoratori, un accenno ad una tradizione, quella consiliarista, ben radicata nella storia del movimento operaio. Di sicuro i situazionisti, pur nel loro breve ed intenso apparire sulla scena poetico politica, non ci hanno lasciato altre vere indicazioni sull'organizzazione e sul che fare : i consigli di Debord sono rimasti un semplice e vago riferimento. Parallelamente al lampo situazionista, indubbiamente con diverse connessioni, abbiamo avuto in Italia lo sviluppo dell'operaismo. Nel Lenin in Inghilterra del primo Tronti possiamo riscontrare una comune eco nitzcheiana, un farla finita con il diamat sovietico ed uno sfondamento a sinistra di teoria e prassi. Dal punto di vista della teoria e pratica organizzativa, comunque, l'operaismo è andato ben più avanti di Debord e soci, ed insieme al consiliarismo di matrice eterodossa ed antiburocratica, ha proposto sulla scena mondiale una pratica di sicuro innovativa. Quello che veniva criticato come "spontaneismo", la pratica conflittuale delle organizzazioni di "parte operaia", la classe operaia "senza alleati", hanno prodotto un bel po' di cose. L'Autonomia operaia ha sviluppato il concetto di rifiuto del lavoro, del salario sociale sganciato dalla prestazione lavorativa ecc. Tutto ciò in una cornice insurrezionale. Questo è il tratto decisivo dell'eresia operaista, quello della sperimentazione di nuove pratiche organizzative, teoriche e conflittuali dentro l'ambito leninista e non più togliattiano. Se si legge "Dominio e sabotaggio" di Negri non si possono avere dubbi al riguardo. All'interno di una lettura della realtà molto dinamica, sociale, attenta alle evoluzioni ed ai cambiamenti del mondo del lavoro, del linguaggio ecc. l'operaismo affrontava l'assalto al cielo ed al cuore dello Stato. Successivamente al crollo ed alla sconfitta di questo assalto, al 7 Aprile ed alla catastrofe della lotta armata, il pensiero operaista ha avuto la capacità di rifondarsi e rinnovarsi in maniera strabiliante, come forse poche culture della sinistra hanno mai saputo fare. Questo rinnovamento, per cui è possibile parlare di post-operaismo, avviene sostanzialmente grazie all'incontro fecondo con il pensiero francese di Foucault e Deleuze. Principalmente nella lettura della microfisica del potere foucaultiana, abbiamo uno slittamento di tutta la tematica operaista in un contenuto sociale della sua prospettiva politica. Permangono i riferimenti al rifiuto del lavoro, al sabotaggio, all'esodo, al salario sociale, all'autonomia come metodo, al passaggio al comunismo senza transizione socialista, alla costruzione dei contropoteri diffusi ecc. Ma, progressivamente, fino all'ultimo incontro con il movimento no global e con le nuove pratiche altermondialiste, lo sfondo leninista viene completamente abbandonato. E' il problema del Potere ad essere messo in questione, e con questo la lettura complessiva della politca generale, della sfera della rappresentanza democratica. Questa lettura ha portato ad effetti immediati anche positivi, come il saper afrontare meglio la complessità dei fenomeni sociali e delle sfaccettature variegate dei conflitti e delle resistenze in atto, così come pure la possibilità di porre le proprie organizzazioni, movimenti o centri sociali, direttamente verso il conflitto, saltando mediazioni e burocrazie. Altri, però, e ben più gravi, fino alla definitiva mutazione genetica sono stati i danni subìti. Innanzitutto il rifiuto della delega come principio e della strutturazione formale dei gruppi ha portato ad un inevitabile verticismo e leaderismo. Se non ci sono luoghi in cui decidere e manca un riferimento esecutivo revocabile è chiaro che decideranno in pochi senza possibilità di verifica. Così come, mentre lo Stato agiva violentemente, negli ultimi trent'anni, a favore del capitale con le ristrutturazioni neoliberiste, fino a diventare un Profit State, la lettura microsociale non consentiva più di affrontare efficacemente gli snodi decisionali del governo. Se ci si è buttati nel contrasto della governance, ci si è fermati in una totale immobilità nel campo del government, della decisione politica. A questo punto, perchè non può sfuggire a nessuno il nesso che di volta in volta si crea tra i due livelli, si è creato un sistema di supplenze ed alleanze che soppiantasse questa mancanza. Ed allora, per necessità, ci si è rivolti alle burocrazie riformiste partitiche e sindacali, in cerca di un impossibile entrismo sui generis, di un "attraversamento", dell' utilizzo strumentale di strutture già esistenti. Va da sè che questo tentativo si è risolto in una catastrofe politica, di cui ogni tanto ci si rende pure conto, come nella fase del 2003 della diatriba violenza-nonviolenza e dell'ingresso di rifondazione comunista nell'Ulivo prima e nel governo poi. Salvo poi ripetere lo stesso schema con altri gruppi, dalla CGIL in giù. Le vecchie parole d'ordine del rifiuto del lavoro e del reddito di cittadinanza, create in un contesto rivoluzionario e addirittura leninista ed insurrezionale, si sono come ibernate e collocate in questa pratica sociale assoluta con alleanze riformiste e riformatrici. Questo, paradossalmente, andrebbe pure bene, solo che ci sono dei piccoli particolari che non quadrano e i fatti, si sa, hanno la testa dura. La crisi economica attuale, una crisi prima che finanziaria, crisi di struttura e di sovrapproduzione, mostra come non mai l'esigenza di intervenire a monte dei processi di produzione, della divisione del lavoro e della pianificazione. E' chiaro che l'attuale sistema produttivo sta portando al collasso l'intero pianeta e che non è più possibile affidarsi al capitalismo ecologico e sostenibile per salvarsi dal disastro. E' il riformismo ad essere oggi impossibile. Si ripropongono con forza, i problemi di un socialismo che sappia organizzare in maniera più umana e consapevole la grande produzione, magari eliminando anche la forzata salarizzazione di sfere relazionali e cognitive. Se l'obiettivo è quello di pianificare, ridurre e dividere il lavoro, non è tanto chiaro come possa farlo esclusivamente un, pur necessario, salario sociale. Ed in genere non è chiaro come una strategia federalista e microconflittuale possa farsi carico dell'immane compito di ricostruire, dall'alto, dal basso, da sopra o da sotto che si voglia, una strategia rivoluzionaria adeguata ai tempi. Quindi, invece di contorcersi nelle crepuscolari dispute attuali sull'essere marxisti e non di sinsitra, invece di addossare ogni colpa dei rallentamenti dei conflitti ai comunisti brutti e cattivi (poco fashion), sarebbe meglio che il movimento post-operaista prendesse atto del proprio fallimento e si ritirasse, con il positivo bagaglio delle sue migliori intuizioni, negli ancora troppo deboli ranghi della sinsitra anticapitalista.
domenica 14 dicembre 2008
Estetica della crisi o crisi dell'estetica
Nonostante tutte le catastrofi naturali ed innaturali quotidiane connesse alla crisi del capitalismo mi sembrerebbe troppo semplicistico parlare di Apocalisse per riferirsi allo scenario politico ed estetico nel quale ci troviamo. Che poi Apocalisse che significa? Questa "rivelazione dall'alto", questa rivelazione che si presume venga da un Dio che sta in alto, non era in realtà che il trattato di una setta religiosa scritto in codice per non farsi scoprire dal potere costituito, all'epoca l'Impero Romano, di cui appunto si auspicava la sconfitta. Sconfitta effettivfamente arrivata. Quindi potremmo parlare di un testo politico abbastanza all'avanguardia per i tempi, di cui però si è smarrito completamente il significato originario, arrivando alla modifica per cui oggi parliamo di apocalisse uguale fine del mondo uguale collasso del sistema in cui viviamo. Quindi potremmo collocarci su di un binario in cui i segnali di crisi estrema in cui oggi ci ritroviamo, ambientale, economica, culturale, demografica, politica ecc. trovano nel riscontro dell'estetica del declino, della fine, del collasso il segno su cui surfare e produrre significato. In questo modo, però, è come se la famosa setta religiosa dell'epoca romana, chiamata dei "cristiani" dai suoi detrattori, non avesse elaborato alcun codice alternativo e segreto per produrre un cambiamento di senso ed una prospettiva rivoluzionaria per i suoi seguaci. Niente di più facile, dunque, che accelerare con il movimento estetico l'omologa entropia economica prodotta dal capitalismo, dal delirio del suo codice della produzione per il profitto. Nella discussione sulla violenza nei movimenti di contestazione si proclamava l'esigenza di non produrre questo "doppio" di un potere a sua volta violento all'ennesima potenza, cercando una via totalmente altra per non esserne poi risucchiati e modificati nel corso della lotta. Questa intuizione è vera da un certo punto di vista, non so, però, se proprio nel suo specifico richiamo all'assenza di forza e di violenza contro la barbarie. Piuttosto, in un ragionamento più specificamente politico, dovremmo ricorrere a tutte le intuizioni di un sobrio materialismo oserei dire illuminista per ritessere il filo della sovversione. L'unica possibilità che abbiamo per sopravvivere alla crisi è un nuovo sistema di produzione. Non possiamo imbarcarci in un reset dei percorsi organizzativi e degli strumenti che la classe degli sfruttati (quando ha potuto operare in suo favore) ci ha messo a disposizione. Non ci sarà, tanto per intenderci, nessun Angelo Nuovo che ricomporrà l'incanto e risalirà nella storia delle vittime. Saranno i vivi da soli a giocare la parita. Per questo non potremo che rinominare la parola Socialismo in antitesi alla barbarie quotidiana, senza però salti logici e linguistici, senza nessun balzo di tigre e mossa di cavallo. Le due tradizioni principali della sinistra del nostro paese, quella togliattiana e quella operaista, hanno entrambe fallito nella loro strategia. La prima, per eccessivo uso della dialettica hegeliana, si è trasformata nel suo rovescio, cioè in organizzazione del dominio delle elites capitalistiche (nelle banche Unipol e nei bombardamenti su Belgrado). La seconda non ha mai fatto completamente i conti con la fatica organizzativa dei movimenti di lotta e per postulare il rifiuto della delega e della democrazia rappresentativa non ha prodotto che una gestione verticista, personalista ed antidemocratica dei conflitti. C'è infine molta meno democrazia in un Centro sociale occupato ed autogestito che in un qualsiasi partito politico che sia. Questi tempi feroci in cui dalle crisi congiunturali dell'economia risalta tutta la fallimentare struttura del capitalismo, dalla recessione, alla guerra alla devastazione ambientale, tanto più la velocità impazzita del semiocapitalismo ci conduce verso una inafferrabile geografia del dominio, tanto più dovremmo essere capaci, umilmente, di ricondurci negli sporchi anfratti della storia, nei lunghi, tortuosi, noiosi e fumosi sotterranei della razionalità politica. Uno sforzo simile a quello che pochi coraggiosi, nella notte del pieno novecento delle guerre mondiali e degli stermini di massa, fecero fondando la IV Internazionale, sfuggendo dalla tenaglia della doppia repressione dei capitalisti e dei sicari di Mosca al soldo di Stalin. Con un gesto coraggioso seppero rifondare da immani tragedie un percorso dignitoso e lungimirante alle classi oppresse, senza settarismi e cedimenti al nemico, senza buttare il bambino insieme all'acqua sporca e senza fingere che la rivoluzione fosse dietro l'angolo, prima o al posto dell'apocalisse.
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