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martedì 13 gennaio 2009

Pop Irno - 5

Il Segretario provinciale Giuseppe Rosone prende la parola all'inizio dell'affollata riunione del Comitato Politico Federale del partito. La sala è incredibilmente piena, c'è gente che non si è mai vista a nessuna delle precedenti assemblee, sono quelli che vengono solo quando c'è qualcosa di importante su cui votare. Sono i sindacalisti o gli operatori sociali, sono quelli ricattabili nel loro posto di lavoro, quelli a cui puoi dire per chi devono votare e sai benissimo che loro lo faranno. Sono venuti fin qui scarpinando per tutta la provincia ed ora si sorbiscono questa pallossissima riunione con l'occhio rivolto sull'orologio sperando che lo strazio finisca al più presto.

Rosone è nervoso. Ha letto e riletto il discorso decine di volte prima di presentarsi al suo pubblico. Lo ha riempito di citazioni di Marx, Marcuse, Che Guevara e ci ha messo una dedica finale a sua moglie.

Inizia la relazione con una lunga tirata sul declino economico della provincia, sulla deindustrializzazione, sulla perdita di posti di lavoro e bla bla bla. Pochi seguono, altri si leggono il giornale e quelli che contano, quelli che hanno chiamato i sindacalisti dal culo della provincia per votare come dicono loro, quelli lì sono nel corridoio che fanno la conta dei voti.

Franco Monti ha lo sguardo triste e parla con Tiziana Di Palma, sua fedelissima nel comitato.

- Franco, ho fatto e rifatto il conto. Stiamo sopra di tre voti. Stai tranquillo.

Monti non è ancora sicuro, il conteggio lo ha fatto pure lui, ma c'è pure qualche voto imprevedibile di qualcuno che si diverte a seguire Rosone oppure crede di fare di testa sua. Monti lo ha messo in preventivo ed il suo conto è diverso. Considerate le astensioni, può andare sotto. E se va sotto è la fine.

- Allora per fare fuori quel coglione di Rosone occorrerà chiamare Roma, inventarsi qualcosa di violento, commissariare il partito o prenderlo a picconate in testa. Sennò ci pensa la Belva a fare fuori a lui e a questa eventualità non ci voglio proprio pensare. Quel coglione impazzito di Rosone.

Monti sibila alla Di Palma.

Non ha neanche capito che stava lì solo per fare il volere di Monti e quindi della Belva, soprattutto riguardo a quelle cose così importanti, quelle cose che si contavano in centinaia di migliaia di euro in appalti, in mazzette e mattoni. Ora lui se ne sta lì, nell'altra stanza a finire quel suo discorso mongoloide su come fare la verifica dell'accordo di maggioranza con il Partito Riformista. Sì, la verifica, ci vai tu a parlare con la Belva e gli porti i punti programmatici sulla Pop Irno. Quello ti squarta. Coglione di un Rosone, pensa Monti.


La proposta è ai voti. Monti aveva visto bene. Quell'idiota di Franceschi alla fine si è lasciato convincere da Guarneri ed ora siamo pari. Ventiquattro voti a ventiquattro. Più il voto di Rosone e la frittata è fatta. Ha perso. I pazzi hanno un voto in più.


- Aspettate! Aspettate! - Tiziana Di Palma agita le braccia e sbraita attirando l'attenzione della sala- Il voto è irregolare, va ripetuto! C'è un compagno della provincia che non ha potuto votare!

Rosone è viola in volto e urla, - Il voto è regolarissimo, per un voto si fa la verifica!

Attorno scoppia il caos, i votanti si affacciano sul seggio e qualcuno prende in mano le schede con i sì e con i no. Il garante regionale cerca di mediare e di convincere le parti in lotta senza grossa convinzione. A turno se lo prendono in disparte Guarneri e Monti per suggerirgli le mosse e portarselo sulla propria sponda.

Nella bolgia dei votanti la Di Palma si azzuffa a capelli con un'altra compagna del gruppo di Rosone, mentre Monti chiude il cellulare. Non può finire così, pensa. Muoia Sansone con tutti i filistei. Meglio il caos ora che la segreteria ancora in sella. Un po' di casino e qualcuno di fiducia per portare ordine a modo mio, pensa Monti.


Nella sala entrano cinque uomini di Monti, assunti dalla cooperativa di pulizie creata dal suo assessorato, per gentile concessione della Belva. Uno di loro affronta Guarneri a muso duro. E' alto quasi due metri.

- Compagni, chi sono questi qui! Che c'entrano? Dobbiamo riportare la calma nell'assemblea, bisogna far rispettare la democrazia! - urla qualcuno.


Rosone si siede in un angolo paonazzo in volto. L'energumeno scagnozzo di Monti prende Guarneri per la giacca e gli sferra una testata sul naso. Guarneri si accascia. La riunione è finita.

lunedì 5 gennaio 2009

Identity 2.0

Ci eravamo dati appuntamento in un vecchio condominio fatiscente della zona ovest, quella con tutti quei palazzoni rossi di mattone in fila. All'ingresso dell'appartamento c'era una targhetta con su scritto V.Kafivis. In realtà la ragazza si chiamava Paula e aveva messo il nome di un suo vecchio zio che aveva posseduto il locale in passato. Paula stava lavorando al computer da un bel pezzo quando entrai nella stanza. Il suo ultimo modello di pc era uno di quelli che potevano installarsi automaticamente tutte le ultime modifiche di software, scaricandosele dalla rete con un programma istantaneo. Era un vero gioiello di computer e non era la sola cosa preziosa in quella casa, così piena di aggeggi elettronici e schermi di video notiziari sulle pareti. C'era pure uno di quei deliziosi apparecchi del caffè che facevano tutto da soli. Paula mi fece sedere su una poltrona verde nel salotto mentre girava indaffarata cercando dei dischetti nella scrivania dello studio. Si trattava di applicare quel programma nuovo, quello per cui ero venuto lì in quella stanza quella sera d'estate. Identity 2.0. Il meglio del meglio in circolazione. Qualche decennio fa, quando era cominciata la preistoria della Rete, quando erano nati Google e Facebook e tutto il resto, sarebbe stato uno di quei modelli per resettare il tuo nickname o il tuo avatar, per non far leggere il tuo nome su nessun motore di ricerca, cancellando tutto quello che avevi scritto, il tuo sito ecc. A quei tempi avresti pagato un deprogrammatore capace e avresti fatto sparire un bel po' di spazzatura da internet che ti riguardava. Poi la rete si era evoluta come ben sappiamo, dalle carte d'identità si era passati al Life Avatar, alla Connessione Totale della tua identità ed alla tracciabilità completa dei tuoi movimenti e della tua vita sociale. Paula faceva parte di quel nuovo gruppo di hacker, i Pirati psicogeografici, quelli che erano capaci di far sparire la tua identità senza lasciare traccia e ricostruirne una nuova nella Rete e piazzarla lì come se niente fosse stato, come se il tuo nuovo Avatar fosse stato lì da sempre. E' facile capire perchè avessi bisogno di Paula e di Identity 2.0, naturalmente. Come tutti i deprogrammati dovevo far sparire un bel po' di casini fatti negli ultimi tempi, casini per cui sarei stato prima o poi rinchiuso nelle gabbie municipali assieme ad altri dannati come me, a tossici o migranti o islamici. Mi sarei fatto una nuova vita da domani, con un passato nuovo di zecca. Mike Hamilton, questo il mio nuovo nome nella Rete, impiegato anonimo, scapolo e con pochi interessi, quarantadue anni e nessun precedente penale. Insomma, un nuovo pallosissimo personaggio, però in grado di non farsi scotennare dalle guardie municipali nel giro di una settimana. Stavo tutto sudato sulla poltrona, la barba di tre giorni. Paula mi sorrise, aveva trovato il dischetto.

venerdì 2 gennaio 2009

Pop Irno - 4

Quando Matteo Spada entra nella sala del centro sociale occupato la riunione è già cominciata da un pezzo. Giusto il tempo di andare all'ospedale a visitare Giuliano Colla ed essere respinti all'ingresso per aver superato il termine dell'orario consentito di visita. Poi, un bel po' di traffico in tangenziale ed ora di corsa all'incontro del comitato cittadino contro la cementificazione.

I muri del centro sono impregnati di umidità e le scritte inneggianti al Chiapas ed alla Palestina stanno scolorendo. La stanza è fredda e non riscaldata e la ventina di brutte sedie disposte in circolo sono malamente illuminate. Un ragazzo con dei lunghi capelli rasata ha appena finito di parlare quando Matteo si siede sulla sua traballante sedia appena dietro il cerchio della riunione. La parola passa a Paolo Bronzelli, per tutti Bronx, storico leader del centro sociale.

- Cari compagni qua la faccenda è complicata. Il consiglio comunale ormai ha fatto passare la variante principale al piano regolatore, quella che destinerà tutta la zona ad un livello commerciale. Il progetto è chiaro, ci sta già il progetto di far passare la strada sopra al centro sociale e di abbatterlo tra pochi mesi. Compagni, qua dobbiamo iniziare a formare un'assemblea cittadina contro lo sgombero e contro la disoccupazione in città, un comitato che coinvolga tutte le forze sindacali e politiche...

Matteo Spada rimane ad ascoltare con il solito fastidio le parole di Bronx. Non riusciva mai a tollerare quel suo tono vittimistico e le sparate improvvise dettate dalla sua sindrome del complotto. Per esempio, non gli risultava assolutamente che ci fosse in programma la costruzione di una strada o di un'autostrada al posto del centro sociale. D'altra parte era difficile stare dietro alle previsioni catastrofiche di Bronx quando cominciava a parlare in pubblico. I suoi discorsi partivano da un appello allarmistico sul possibile imminente sgombero del centro, per poi passare ad un rapido cenno alle lotte dei lavoratori colombiani o pakistani per poi finire con un improvviso attacco a qualche consigliere comunale un tempo suo caro amico. Proprio come stasera. Spada aveva smesso di cercare di capire quali fossero i riferimenti e gli alleati politici di Bronx, visto che cambiavano ogni settimana.

- Per questo non dobbiamo scherzare sulla situazione che è delicatissima, compagni. E' inutile che facciamo delle battaglie perse sul complesso del piano regolatore e poi ci troviamo con il culo per terra con l'unico luogo di aggregazione giovanile della città sgomberato dopodomani...

Questa è un'allusione a qualche suo vecchio compagno ora in consiglio comunale, pensa Matteo, stai a vedere che Bronx ha qualcosa da ridire sul voto di astensione di Guarneri sul piano di Pop Irno. Forse voleva un voto favorevole? Come la Belva? I soliti contorcimenti politicisti di Bronx, pensa Matteo Spada, oppure qualche manovra peggiore su cui mi rifiuto di indagare.

Lo stesso giovane consigliere Guarneri, evidentemente chiamato in causa da Bronx, anche se non con una chiara accusa esplicita, fa un salto sulla sedia. Si aspettava tutto da quella riunione al centro sociale, tranne che venire criticato, anche se in maniera allusiva, di essersi schierato contro l'approvazione delle varianti in consiglio comunale. Casomai, in quel luogo si sarebbe atteso di dover rispondere alla solita richiesta dei compagni lì presenti, e cioè perché il suo partito rimanesse ancora in giunta con la Belva e cosa aspettasse lui a dare le dimissioni dal partito. Insomma, non si aspettava proprio di dover sentire le stesse parole di Franco Monti in quella sede. Forse è per questo che Franco Monti se la ridacchia nel baretto del centro, apparentemente distaccato dal dibattito in corso nella gelida stanza delle riunioni, pensa Matteo Spada. E come al solito, Bronx e Monti sono d'accordo, anche se poi mi toccherà sentire ancora l'uno parlare male dell'altro per ore, si disse Spada.

lunedì 29 dicembre 2008

Pop Irno - 3

Claudio Prandini entra furtivamente nella tabaccheria, guardandosi attorno, quasi stesse compiendo una rapina. Compra una confezione di sigari toscani e se la mette in tasca, nella tasca interna della giacca, ben nascosti. Si riaggrega al gruppo che cammina sul lungomare.


- Uè, Prandini. Dove eri finito?

- No, niente, mi ero fermato all'edicola.


Prandini non vuole farsi notare mentre fuma né tanto meno quando compra i suoi amati toscani. Meglio che non lo veda nessuno, tra i suoi colleghi del gruppo in giacca e cravatta che scodinzola dietro di Lui, la Belva. La Belva non tollera che i suoi uomini fumino, soprattutto i sigari. Almeno davanti a lui devono essere un gruppo di cavalieri incorruttibili, senza macchia e senza paura, fedeli ed obbedienti al volere del loro unico signore e padrone. Il signore e padrone incontrastato di tutta la città.

Il gruppo entra nel cancello principale del palazzo del municipio ed i vigili vestiti da parata si scansano lasciando passare con un goffo saluto pseudo militare. Nell'ascensore c'è tensione. Oggi la belva ha chiamato tutti i suoi fedelissimi operativi a rapporto per parlare di una questione urgente.

La riunione inizia con il solito ringhioso sospiro della Belva, quello che fa prima di aggredire il proprio interlocutore.

- Amici, qua dobbiamo fare qualcosa per sbloccare questa situazione. L'ultimo voto in consiglio comunale è passato in maniera troppo risicata. Ci facciamo votare a favore dall'opposizione e quei due stronzi della maggioranza si astengono?

Il gruppo dei fedelissimi comincia a guardarsi nervosamente intorno, sanno già che la cosa si sta mettendo male, che finirà sicuramente con uno di quegli incarichi difficili da eseguire.

- Io dico che gli dobbiamo dare una lezione, li dobbiamo tenere sulla corda fino a quando non glielo mangiamo dall'interno quel loro partitino del cazzo.

Eccolo qua, ci siamo, stanno per arrivare gli ordini, pensa Claudio Prandini.

- Prandini! - ruggisce la Belva

Cazzo, sempre a me, pensa Prandini...

- Mi devi fare un piacere. Senti Franco Monti e organizza qualcosa per il loro partito. Vedi come stanno dentro alla Segreteria e capisci che cosa si può fare, se gli dobbiamo cambiare il segretario, se li dobbiamo far commissariare ecc.

Prandini sospira rilassato, pensava peggio. Alla fine con l'assessore Monti c'è sempre la possibilità di ragionare, pensa. Quando si è trattato di stringere l'accordo elettorale la Belva se lo è portato a Roma con l'auto blu in Parlamento e lì hanno concluso l'alleanza. Senza quei voti alle comunali si sarebbe andati al secondo turno, ed ora i voti dei due consiglieri dovevano tornare più sicuri e blindati, adesso che bisognava approvare altre fondamentali varianti al piano regolatore. Monti gli doveva spiegare che cosa stava succedendo, se per caso avessero cambiato idea, di continuare ad essere quel misero partito satellite del grande Partito Riformista, cioè, della Belva, per l'esattezza. La Belva voleva di nuovo il pieno controllo del consiglio comunale, ora che era riuscito a comprarsi i voti di tre quarti dell'opposizione con incarichi, soldi e biglietti dello stadio e cappuccini al bar, ci mancava solo che quei falliti gli creassero dei problemi.

- Si, certo, sento subito Monti e mi attivo per capire la cosa, non c'è problema. A mio modesto parere va messo un altro segretario al posto di Rosone, che è proprio impazzito. Non ci si può fidare più di lui, non sta più a sentire a Monti, a lui che lo ha piazzato lì come segretario.

- Rosone...io me lo mangio a colazione...

Il gruppo dei fedelissimi ride timoroso alla battuta della Belva. Si passa ad un altro punto all'ordine del giorno.

sabato 27 dicembre 2008

Pop Irno - 2

Matteo Spada è chiuso nella stanza della sua piccola agenzia di investigazioni Il Loto. E' seduto sulla poltrona di pelle, le gambe sulla scrivania e guarda il soffitto e la sua mente vaga in pensieri sempre più leggeri. Fuori continua a piovere mentre il fumo dell'ultima sigaretta appena spenta sale dal posacenere. Nessuna telefonata anche questa mattina, niente lavoro da sbrigare e nessuna voglia di inventarsi qualcosa di nuovo. Il computer è acceso e Matteo si guarda un po' i siti di informazione nazionali, leggendo la solita solfa di disastri, attentati terroristici, dichiarazioni politiche della maggioranza “è colpa del precedente governo” e della minoranza “questo governo sta portando il paese verso il baratro”, gossip sui protagonisti dell'ultimo reality ecc. Una notizia in fondo alla cronaca lo fa quasi cadere dalla sedia. Hanno sparato ad un giornalista. Lo hanno gambizzato. E' ricoverato presso l'ospedale ecc. in discrete condizioni di salute ecc. Si chiama Giuliano Colla. Cazzo, Giuliano Colla. Lo aveva incontrato recentemente alla riunione del Comitato contro la cementificazione del quartiere Parri. Aveva chiacchierato con lui delle sue ultime inchieste e si era letto qualche articolo del suo blog, come dimostra la cronologia di internet del suo pc acceso ora sulla tragica notizia.
Eccolo qua l'articolo di Giuliano, pensa Matteo, che ricostruisce con la solita precisione e dovizia di particolari tutti i retroscena impensabili delle vicende del quartiere Parri, del ruolo dei politici e delle aziende nella costruzione del nuovo grande centro commerciale al posto delle vecchie fabbriche di lana e dei piccoli villini inglesi della zona. Come al solito, anche in questa vicenda, quel genio di Colla era riuscito a far saltare fuori dal nulla, nel contesto di un apparente normalissimo cambio di destinazione d'uso di una zona ex industriale della città, un intricatissimo e complesso intreccio di interessi concordanti e contrastanti tra loro, di pesanti illegalità e di giochi finanziari di mille scatole cinesi, tutte cose che portavano, immancabilmente, alla stessa conclusione. L'ultimo articolo, che Spada si era pure stampato per leggerselo con calma, si intitolava “La Belva ed il Caimano” e si concludeva così :

Per questo pensiamo che dietro il voto dell'ultimo consiglio comunale ci sia una grave irregolarità. La modifica al piano regolatore, fatta all'ultimo momento con la presentazione di un emendamento ad hoc, non può essere fatta con la continua approvazione di varianti. A furia di varianti sul progetto generale, siamo arrivati ad un complessivo stravolgimento del Piano stesso e del futuro di intere zone della città. Potremmo poi dimostrare, carte alla mano, che la società che si è aggiudicata l'appalto per la costruzione del complesso commerciale, la Pop Irno S.p.a, non è che una società fittizia, guidata da prestanome, dietro cui si nascondono i soliti accordi tra il nostro amato Sindaco ed il noto imprenditore di cui abbiamo parlato. Se aggiungiamo che la gara d'appalto risulta costruita su misura, con un'opera di alta ingegneria politica e amministrativa, per far avanzare la suddetta Pop Irno, ci possiamo rendere conto di come, ancora una volta, le esigenze del territorio, dei cittadini, per la riqualificazione ambientale siano state sacrificate per gli interessi dei soliti noti.

Spada si rilegge le ultime righe dell'articolo, risalendo poi con lo sguardo fino a quelle iniziali, in cui Colla spiegava con chiarezza il modo in cui si era costituita la società fantasma Pop Irno e come questa si era aggiudicata la gara per costruire il nuovo, gigantesco centro commerciale, che avrebbe , secondo lui e quelli del comitato, definitivamente rovinato una delle zone più belle della città. A lui che in quella zona c'era anche nato, sembrava veramente un delitto, uno dei tanti commessi dalla giunta comunale e dal suo Sindaco in carica, Sindaco per il quale Matteo Spada nutriva una fortissima e radicata antipatia. Per questo aveva fatto subito amicizia con Giuliano Colla, perchè aveva in comune con lui queste due cose fondamentali : uno, l'odio antico per gli intrallazzi della giunta, due, la passione per il lavoro di investigazione sui detti intrallazzi.

Matteo si accende una sigaretta e pensa alla nuova situazione e si programma la giornata. Visto che nessuno lo è venuto a cercare per proporgli qualche fattaccio da indagare, tanto vale che si cerchi lui qualcosa da fare, su cui investigare. Il solito fatto della montagna e di maometto. Un lungo tiro alla sigaretta che gli entra dritto nel cervello e nei polmoni e Matteo è già fuori con il suo impermeabile beige alla ricerca di un filo da seguire per agguantare la matassa. Allora, pensa mentre si infila nella Skoda, l'articolo che parla del centro commerciale, il tentato omicidio a Giuliano. Sembra esserci qualche relazione tra le due cose o quantomeno questa è la pista più probabile su cui avviarsi, visto che Colla con le cose che scriveva dava fastidio a parecchie persone. Magari una di queste si è rotto i coglioni di essere sputtanato su internet e sui giornali ed ha tentato di farlo secco. Magari è andata così o forse no. Magari lo tampinavano per tutt'altre ragioni. Di sicuro devo vedere Giuliano in ospedale e andare alla riunione del comitato. Sicuro.


giovedì 25 dicembre 2008

Pop Irno

Uno

Manuela sfoglia l'ultimo numero di Cioè nella stanzetta dipinta di celeste con le pareti ricoperte dei poster dei suoi cantanti preferiti. Sicuramente la sfida è vinta da Tiziano Ferro, primo di gran lunga per aver totalizzato la bellezza di sette poster, raffigurato in tutte le posizioni possibili e immaginabili. Tiziano Ferro al microfono che canta dal vivo, con la maglietta, col cappotto, con lo sguardo languido che osserva di sbieco il tavolino su cui è seduta Manuela mentre sta scrivendo l'ultima pagina del suo diario di scuola.

Oggi Cristina è stata un vera stronza!!! Mi aveva detto che mi avrebbe accompagnato con il motorino alla serata in discoteca al Blue Garden, mentre poi non si è fatta sentire più e ha spento il cellulare, quella cretina. Mi sono dovuta far accompagnare da papi che poi mi è venuto a riprendere alle undici e mezza...Non c'è stato il tempo di vedere e di parlare con Massimo, che quando è arrivato in discoteca me ne sono dovuta andare di corsa!!! Caro Diario, mannaggia la miseria, volevo incontrare Massimo!!!


Seguono venticinque punti esclamativi e settantadue cuoricini rossi che contornano la fotografia fatta col cellulare e stampata ed attaccata con lo scotch sul diario con Massimo mentre fuma una sigaretta sopra il motorino nei giardinetti davanti alla scuola. Se Massimo avesse fatto dei poster su Cioè supererebbe Tiziano Ferro sulla parete di Manuela. Purtroppo è primo solo nel Diario di Hello Kitty rosa fosforescente quanto a foto scattate e disegni fatti a mano libera.

Boom. Boom.

Due colpi sordi, appena attutiti dalle sottili pareti che dividono la stanza di Manuela da quella di suo fratello Giuliano. Giuliano sta finendo il suo articolo per il Blog d'inchiesta Irno News che sono le tre di pomeriggio. Una ricostruzione particolareggiata, come al solito, di tutti i passaggi dei rapporti intercorsi tra l'associazione degli industriali provinciale, dei deputati eletti nei collegi della regione e dei costruttori locali, con qualche riferimento allusivo alla presenza della camorra nell'affare. Quest'ultimo riferimento Giuliano non sapeva se metterlo. Le cose di cui aveva sentito parlare erano chiare, il quadro che aveva dipinto si stagliava ormai con perfezione sullo sfondo corrotto e ipocrita di una città governata dal Partito Riformista e dalle giunte elette di centro sinistra. Solo che non era sicuro se gli conveniva dirla proprio tutta. Ora si sentiva come Roberto Saviano sul finire di scrivere Gomorra, quando ormai tutto il materiale documentario scoperto sui Casalesi e la prosa popolare e romanzata del suo capolavoro reclamavano di uscire dal computer per stamparsi sui milioni di libri della Mondadori per proclamare all'intero universo la verità sugli affari della camorra. Che poi era finita come tutti sapevano, quindi era pure lecito il domandarsi in anticipo e non dopo come aveva fatto Saviano sul chi glielo facesse fare, in effetti. Si era dunque deciso ad un compromesso interno nelle cose che avrebbe scritto omettendo almeno quelle di cui non era assolutamente certo o almeno quelle che di sicuro gli avrebbero causato problemi immediati di querele e simili. Non si identificava, tutto sommato, nei panni del profeta biblico nato con l'obbligo morale di annunciare la verità di Dio, il profeta che porta la parola uscita dal fuoco del roveto ardente a costo della sua stessa vita. Era solo una specie di giornalista con la passione delle inchieste finanziarie e politiche e sugli intrecci tra la politica e i loschi affari economici. Poi, diciamocelo, più che un giornalista, che nessuno di Irno News gli avrebbe mai pagato un articolo che uno, poteva dirsi un blogger o un aspirante giornalista. Non per questo si deprimeva e continuava a scrivere su quell'inchiesta, anche se con una certa cautela. Quello che non poteva sapere era che le prime due puntate pubblicate sul suo sito internet e su quello del giornale locale su cui scriveva, avevano fatto un po' il giro della rete ed avevano suscitato un certo interesse in molti addetti ai lavori, nei protagonisti delle vicende narrate e anche in qualche magistrato. Lui non faceva altro che raccogliere informazioni di qua e di là e metterle assieme, formando un quadro completo e coerente alla storia. Dalla stanza accanto si potevano sentire le parole di Tiziano Ferro :

Ho combattuto il silenzio parlandogli addosso
E levigato la tua assenza solo con le mie braccia


-Manu, cristo! Abbassa quel volume!
-E non rompere!

Giuliano abbassa sconsolato gli occhi sulla tastiera. Gli è sembrato di sentire suonare alla porta ma non è sicuro, la musica è troppo alta.

Di sere nere
Che non c'è tempo
Non c'è spazio
E mai nessuno capirà


Si, cazzo, è proprio la porta e Giuliano si alza bofonchiando a chi gli sta interrompendo il lavoro, la fine dell'articolo, i pensieri di paragone con Roberto Saviano e quella stramaledettissima musica di Tiziano Ferro che gli ronzava nelle orecchie. Apre la porta senza vedere nello spioncino. Davanti a lui c'è un uomo con una mano in tasca.

- Giuliano Colla?
- Si, sono io.

L'uomo si leva la mano dalla tasca rapido e spunta una pistola, Giuliano apre la bocca per lo stupore e guarda l'uomo premere il grilletto. Boom, boom. Due colpi. L'uomo corre giù per le scale e chiuso il portone corre via in strada. Giuliano rimane a guardarsi attonito le gambe. Il sangue comincia ad uscire dai due fori provocati dai proiettili, due, uno sopra e uno sotto il ginocchio destro.

Perché fa male male
Male da morire
Senza te
Senza te
Senza te
Senza te


Cazzo, mi hanno sparato alle gambe, pensa Giuliano. Mentre si aggrappa al mobiletto del corridoio.

Manuela esce dalla stanza e urla. Giulianooooo!

- Manu, chiama l'ambulanza...

(Continua)

domenica 7 dicembre 2008

Ilio

Il comandante guarda i volti fieri della truppa schierata davanti a lui. Sono dieci uomini in tutto, la pelle color d'ebano, il fucile sul fianco e lo sguardo attento. Una volta ancora ripete le ultime istruzioni prima dell'assalto. Nella stanza dietro al cortile battutto dall'implacabile sole d'Africa, l'altro apostolo venuto da Trieste sta scrivendo l'ultima pagina della Voce degli Abissini. Il ciclostile è pronto per stampare una serie di articoli di incitamento alla lotta.

- Questo è lo schema definitivo d'attacco. Dobbiamo sorprendere la guardia che passa per questa strada ogni giorno e fa lo stesso giro con il camion guidato dagli ufficiali. L'importante è far partire i primi colpi dall'alto sia davanti che dietro contemporanemente. Penseranno di essere stati accerchiati e che siamo un bel po' di più a sparargli addosso.

Il comandante Ilio sorride e si passa una mano sulla fronte imperlata di sudore e sul colletto della camicia altrettanto bagnata dal caldo e dall'umidità delle tre di pomeriggio. Alla truppa davanti a lui, invece, il calore sembra non fare nessunissimo effetto. Sono ragazzi, alcuni sono giovanissimi, figli di Axum, la capitale religiosa d'Etiopia, sfregiata e stuprata dalle squadracce del generale Graziani. Alcuni di loro si sono arruolati nella resistenza perchè hanno perso la famiglia durante i primi feroci giorni di occupazione. Ilio guarda di nuovo il loro volto. Sorridono. Sono pronti all'attacco. Sorridono e nascondono il dolore di una famiglia bruciata viva dai gas dell'Iprite, delle madri soffocate dalle bombe chimiche sganciate dall'alto, dai fratelli massacrati con le baionette.
Ilio è arrivato in questo posto lontanissimo e sperduto del continente nero per combattere un'altra battaglia di quella guerra che combatte da quando era bambino e lavorava nei cantieri navali di Livorno. Il nemico è sempre lo stesso ed ha la camicia nera.

- Ilio, questa la devi proprio sentire!
Il triestino si avvicina al compagno con in mano il telegramma che giunge da Addis Abeba.
- Sei diventato Vice-Imperatore!
- Ma che stai dicendo?
- E' proprio così, leggi anche tu. Sua Eccellenza il Ras Tafari Makonnen, Imperatore di Etiopia, ti nomina suo vice per i meriti acquisiti sul campo ed il valore mostrato nel combattere i comuni nemici del nostro popolo sofferente. Vice Imperatore...
Il triestino fa un gesto plateale ed ironico di riverenza al compagno chinandosi fino a terra per poi scoppiare a ridere fragorosamente.
- Vabbene, caro, puoi anche alzarti...su, su, coraggio
Scherza Ilio fingendosi accondiscendente e altezzoso.
- Vabbene, veniamo a noi. Imperatori o meno, le pallottole da sparare ai fascisti sono sempre le stesse, e vediamo di farle arrivare a destinazione.

Il comandante guarda i suoi uomini e lascia un sospiro. Si rimette il cappello e va a prendere il suo fucile.

giovedì 4 dicembre 2008

Nun c'è problema

La telefonata arriva durante il viaggio, dopo che siamo usciti dall'autostrada.
- Dice che li ha fermati la Finanza.
- Ma gli hanno trovato il fumo?
- Si. Veramente lo hanno buttato dalla macchina quando hanno visto il posto di blocco, però i finanzieri li hanno sgamati. Comunque non gli hanno fatto il verbale e li hanno lasciati andare.
Questa non ci voleva. Ora ci tocca camminare in culo alle macchine davanti per non farci vedere e fermare pure a noi. Che da stamattina ci stiamo fumando qusto polline spettacolare pieno d'olio che pare che avanti a squagliare hanno fatto la frittata. Vabbè. Per un pelo non facciamo un incidente.
Comunque eccoci qua, destinazione raggiunta. Primo posto di blocco dei carabinieri. Documenti, biglietto, tutto in regola. Nel pullmino affianco ci sta uno drogatissimo tutto esagitato che fa di tutto per farsi arrestare, ma non ci riesce. Ce lo troviamo all'ingresso dello stadio pure a lui. Questa volta non possiamo entrarci con la macchina, nello stadio, che ci mettono su degli autobus scassatissimi e ci portano in corteo. Quando arriviamo e passiamo per i tornelli non è che sia un granchè, con queste inferriate posticce sui gradoni della curva. Solo così potevano fare la serie B questi qua, arrepezzando uno stadio a norma senza criterio, che non si vede un cazzo dell'altra porta.
Fa caldo. Iniziamo. I nostri sono in maglietta bianca. Passa poco e un tiro da lontano fuori dall'area si alza forte e poi si abbassa d'improvviso a fianco al loro portiere che rimane immobile e lo fa passare. E' gol. Non ne vedevo uno da Modena. E poi quello era un rigore. E' gol, non ci credo. Sulle inferriate quasi cadiamo. Passa poco e un nostro contropiede va a segno, il sette scarta ed arriva davanti al portiere. Fa un tiro da sotto col collopiede che si stampa nella rete. Non ci credo. Ne abbiamo fatti due. Venti minuti e sono due. Fa ancora caldo ma iniziano a cadere le prime gocce di pioggia ed un venticello affiora da dietro le spalle.
Poi iniziano loro. Stanno là fuori che non si vede un cazzo. Calcio d'angolo. Gol. Un boato in lontananza. Che nervi. Punizione. Ribattuta e gol. Ci hanno già presi, cazzo. Passa poco e ce ne fanno un altro. Un boato di nuovo in lontananza. Diluvia. Non ci sono ombrelli. Non c'è riparo. Nell'intervallo cerchiamo una tettoia, una cazzo di tettoia che non c'è. Giro per le inferriate della curva e non la trovo, nessuno la trova. Siamo fradici. Mi levo il giubbino, fa freddo ma è meglio così che è inzuppato. Sto sotto le inferriate mentre piove, sto sui gradoni a filo del campo e vedo il loro contropiede. Un altro gol. Un altro tiro ancora e gol. Sono cinque. Uno dei nostri si fa cacciare, sono sei. Ancora boati in lontananza e microfoni dalla tribuna col nome del giocatore loro. Si comincia a cantare che a noi non ce ne frega proprio niente. Siamo comunque i migliori, o almeno così è che la pensiamo. Pure io, nel pullmann che ci riporta al parcheggio, mentre cantiamo, caccio fuori dal finestrino il pollice in alto in segno di vittoria mentre sulla strada ci fanno gestacci. Siamo i più forti. Nun c'è problema.

martedì 2 dicembre 2008

Sopra la scala di ferro lungo la parete


Quello che devi fare, vedi di farlo in fretta. Se ti ho portato in questo vicolo non è per perdere tempo, non è per contemplare questi mattoni rossi che salgono fino al settimo piano o per guardare la scala esterna in ferro lungo la parete. Quello che mi devi dare, vedi di darmelo in fretta. Se ho chiamato te non è per ammirare i tuoi meravigliosi pantaloni bianchi o la tua splendida giacca in pelle o la tua costosissima decappottabile a due posti in rosso fuoco, né per tenermi puntati in faccia questi fari accesi. I soldi che devi prenderti, vedi di prenderli in fretta. Non ho venduto mica per sport un rene al mercato illegale degli organi usati, non è mica per scherzo che ho raccattato da casa fino all’ultimo spicciolo, non è mica per passatempo che ho mandato a puttane il rapporto con Kate per tutte le volte che mi sono alzato dal suo letto frugando nelle sue tasche della sua borsa per piazzare le sue pillole verdi e viola ricavandone qualcosa di buono. Quello che dobbiamo risolvere questa sera, questo nostro scambio commerciale assolutamente non più rinviabile, cerchiamo di risolverlo in fretta. Questa è la mia unica possibilità per mandarvi tutti all’inferno e raggiungere il livello IM-2, per mettermi nella lista al numero duecentocinquantaquattromiladuecentoventicinque, per salire su questo schifo di autobus che mi porta sulla collina e non scende più nei vicoli bassi. Ho raccattato settecentomila dollari per passare di livello, ho resettato la mia vita precedente e sono diventato un barbone nullatenente, ho perso casa, amici, donne, conto in banca, lavoro, rispettabilità. Sono finito in questa stradina laterale senza illuminazione praticamente nudo e senza più niente alle spalle. Ho tagliato tutti i ponti dietro di me, ho fatto terra bruciata nella mia corsa. Ora, però, anche se mi sono ridotto in queste condizioni, anche se dovessi sembrarvi l’ultimo dei pezzenti del pianeta, senza un dollaro e senza un posto dove andare la sera, sono infinitamente più in alto di voi e voi non potete raggiungermi. Il biglietto che sto comprando in questo vicolo è un biglietto di sola andata. Ho smesso di appartenervi, ho smesso di esservi legato dal vecchio comune destino. Io non sono più come voi, non appartengo alla vostra stessa classe umana N. Ora, per i prossimi secoli, potrò rifarmi economicamente di quanto ho speso, potrò risalire per mille anni nella scala sociale, potrò tornare a galla con la massima calma perché ho un’eternità davanti a me. Me ne sto tornando al ricovero della classe umana N-P per l’ultima volta. Il tempo di scartare questa scatoletta e di far funzionare il Kit IM-2 e ce l’avrò fatta. Sono salito al piano di sopra. Sono diventato immortale.

[Breaking news. Ultim’ora. Ancora scontri su Corso Heaven tra polizia e manifestanti. La folla, in possesso di armi rudimentali, vecchie pistole P-38 personalizzate risalenti al secolo XX della precedente era cristiana, ha tentato ripetutamente di assaltare il Palazzo di Medicina Sperimentale. I manifestanti reclamavano una diminuzione del prezzo di vendita del Kit Im-1, attualmente salito a trecentomila dollari, in base alle recenti disposizioni governative. La polizia B ha respinto l’assalto internando nei campi municipali circa duecento persone. Il resto è stato disperso. Non si contano vittime. Il dipartimento municipale di Polizia smentisce categoricamente le voci infondate circa la presenza di vittime o feriti gravi. Seguiranno aggiornamenti a breve]

Lo schermo tridimensionale apparso sulla parete della sala da pranzo del ricovero per poveri di classe umana N si spense all’improvviso come si era acceso. L’ultima notizia non aveva fatto altro che distrarre per mezzo minuto scarso il gruppo di vecchietti N dalla loro misera cena, sorvegliata dalle guardie sociali della quarta municipalità metropolitana. Era dura guardarsi invecchiare ogni giorno, per di più in questo misero ricovero per anziani, quando intorno alla città si consumava una guerra senza confini tra la minoranza di privilegiati di classe superiore, che, per mezzi economici o agganci politici, poteva usufruire delle ultime scoperte tecnologiche, e la massa di comuni mortali e lavoratori salariati. Il governo, per calmare un po’ le acque, aveva messo a disposizione di un bel po’ di elettori N qualche centinaio di Kit Y. Con il Kit Y riuscivi a sceglierti un’età biologica in regresso fino ai dieci anni, dopodiché, però, il processo di invecchiamento ricominciava daccapo. Diversamente, una ristretta fascia di popolazione aveva accesso ad un altro Kit, chiamato IM-1, con cui potevi stabilire la tua età biologica e fissarla a piacimento per centocinquanta, duecento anni. Con l’ultimo arrivato, il Kit IM-2, sembrava che si potesse rimanere per sempre su questo pianeta, morti violente o rarissime malattie a parte. Queste scoperte scientifiche, assieme al mercato di sostituzione di organi ed a quello di ripristino di cellule malate, aveva trascinato in alto una ridotta quota di popolazione, quella, appunto, più ricca e benestante. In basso era esploso il caos, con il costo della vita salito alle stelle, con stipendi medi di quindici dollari al mese. Sui Kit anti-invecchiamento si era scatenata una vera e propria guerra, alla ricerca diretta degli stessi oppure a quella, altrettanto disperata, dei mezzi economici per averli. Richiamati dal miraggio di lunga vita o di immortalità, gruppi di ex militari o politici si erano armati con le vecchie armi dei secoli passati lasciate nei magazzini ed avevano tentato a più riprese di assaltare le banche o i centri medici. Per questo, nelle principali metropoli della Confederazione, i Centri di Detenzione Municipale, un tempo sorti per i migranti, erano stati allargati e vi erano entrati tutti questi nuovi ospiti, fino a quando gli stenti patiti nei centri non gli avrebbero fatto cambiare idea.

Ventisette anni. Ventisette anni per i prossimi secoli, per tutta l’eternità se qualcuno non mi accoppa e se il pianeta non crepa o sprofonda o sparisce all’improvviso. A ventisette anni mi sentivo meno idiota o ingenuo e non ancora strafatto o rincoglionito. A ventisette anni cominciai a sperimentare le nuove droghe sintetiche con il loro effetto di sovrapposizione spazio-temporale. A ventisette anni mi sono trovato un lavoro nella quarta metropoli e ho cominciato a mettere i dollari in banca. A ventisette anni ho conosciuto Kate. Il display sul Kit IM-2 si è fermato con i suoi numeretti rossi, la pallina della roulette si è fermata sul numero ventisette. Mi guardo nello specchio della finestra e fuori c’è oscurità e nelle strade casini e violenze. Dentro il ricovero questi vecchietti N si devono il loro brodino riscaldato. Io premo il tasto verde play del dispositivo e chiudo gli occhi. Tra due minuti avrò ventisette anni per sempre.

[Signori e signore, ospiti del Centro di Detenzione Municipale, vi parla il Presidente della Confederazione dei liberi municipi d’America. Siete stati condotti in questa struttura a causa delle gravi intemperanze e dei gravissimi episodi di violenza da voi commessi davanti al Centro di Medicina Sperimentale. Verrete trattenuti nel Centro fino alla vostra completa identificazione e scannerizzazione del vostro database biologico. Successivamente, dopo i colloqui singoli con il corpo di azione psicologica delle guardie sociali metropolitane, verrete divisi e condotti nelle vostre abitazioni. Naturalmente, chi di voi si opporrà alla scannerizzazione gratuita fornita dal Centro, verrà ritenuto colpevole del reato di insubordinazione aggravata alle leggi della Confederazione, e pertanto sarà trasferito dalla Polizia C nella prima struttura di detenzione disponibile. Vi assicuro, pertanto, signori e signore, che se non ostacolerete il Programma di reinserimento fornitovi gratuitamente dal centro, successivamente al processo di scannerizzazione potrete ritornare alla vostra vita abituale. Vi auguro buona permanenza ed una buona serata]

Che cosa ci fa un ragazzo di ventisette anni come il sottoscritto in questo ricovero per anziani, con gente vecchia di cento cinquanta anni, che cosa mi ha portato in questo posto oppure come ne sto uscendo e perché e da dove vengo? Tutte queste domande mi si affollano per la mente sgombra come un pc appena formattato e mi precipito su queste scale uscendo di corsa, con in testa solamente un numero apparso su di un display, il numero ventisette. Intanto mi godo questa aria fresca e piena di elettricità, questo cielo notturno che nessun tentativo maldestro di immettere ozono artificiale nell’atmosfera potrà mai levarci. So solo che sto respirando a pieni polmoni questa meravigliosa aria e ricordo a sprazzi parole, suoni, volti di una vita che potrebbe essere la mia o quella di un altro o di mille persone contemporaneamente. Quello che devo fare, devo farlo in fretta, unico riferimento tra questi palazzi altissimi in mattoni marroni e scale di ferro sulle pareti un numero rosso sul display ed un nome, Kate.

Lo schermo tridimensionale apparso lungo tutta la parete a fianco della recinzione elettrica del centro di detenzione municipale si spense così come si era acceso. Il Presidente della Confederazione si era disturbato di chiarirti la situazione nei minimi dettagli, cioè che avevi commesso un crimine, che eri stato deportato in un limbo e che avevi una scelta da fare, venire scannerizzato e resettato e riprogammato come un bravo cittadino americano oppure diventare un classe T e finire in una lurida cella insieme ad un fanatico dell’Islam tra una tortura e l’altra. Sicuramente questa volta il Presidente si è degnato di farci un discorso concreto e significativo per le nostre vite, questa volta non è comparso in una stanza o sulla parete di un palazzo o in uno stadio per reclamizzare quelle sue merdone saponette che produce e grazie alle quali è salito al potere. No, questa volta parlava di me, che sto scrivendo il mio nome, quando sono nata, dove ho vissuto, le cose che mi piacciono nella vita, dove ho lavorato e chi ho amato, tutto scritto con una piccolissima calligrafia su di un minuscolo bigliettino che sto infilando nella gomma delle scarpe, come fanno tutti prima della scannerizzazione. Il piano è fare in modo che nessuno degli scannerizzatori o dei programmatori o delle guardie sociali o della Polizia A, B o C lo possa trovare. Il piano è fare in modo che guardando intensamente, ora, queste scarpe, fissandole come l’ultimo appiglio che ho per non perdere me stessa, dopo, quando sarò un numero con un codice a barre sulla nuca, io possa ricordare e trovare chi sono. Trovare il mio nome, Kate.

Il fumo tra i detriti e l’acqua dagli idranti rotti si alzavano nella nebbia mentre i poliziotti si aggiravano tra le macerie del Centro di Medicina Sperimentale. Corso Heaven era stato un campo di battaglia per tutta la giornata ed ora guardie stradali e pompieri si alternavano nella frettolosa ricostruzione di vetrine infrante e segnali stradali divelti. Le guardie stradali erano uno dei più antichi e gloriosi corpi di polizia municipale. Risalivano infatti ai primi anni della Tolleranza Zero, cioè da quando tutta la nuova storia era iniziata, ormai secoli fa, e la sicurezza dei cittadini era stata finalmente posta al centro delle scelte politiche. Anche i pompieri erano uno dei corpi scelti di polizia, li potevi veder girare per le strade con il loro classico fucile a pompa vecchia maniera, vecchio ma sempre efficace, con un sol colpo capace di fare un buco nella parete grosso quanto una mela. La ricostruzione dopo gli incidenti è un fatto breve. I vari corpi di sicurezza si muovono come tante formichine laboriose e dopo poche ore tutto torna la suo posto, che mai ti immagineresti che in quella stessa strada, solo pochi minuti prima, un esercito di straccioni di classe umana N si fosse aggirato con la sua P-38 personalizzata tra quegli alti palazzi alla ricerca della via breve verso l’immortalità.

Ed ora sono di fronte a questa meravigliosa ragazza dagli occhi spalancati, che ritrovo seduta sul primo gradino della scala in ferro che sale lungo la parete di mattoni e guarda il suo nome scritto sul bigliettino che ha in mano e mi guarda negli occhi e piange sorridendo.