venerdì 12 dicembre 2008

Come il Tg comanda

# Da quanto ho visto in anteprima televisiva, mi sembra che Salvatores abbia scelto di evidenziare le parti meno interessanti del libro di Ammaniti Come Dio comanda. Naturlamente, devo ancora vederlo, però, visto che se ne parla così tanto in anticipo, ha levato dalla sceneggiatura i personaggi più belli, come quello del viscido assistente sociale ed ha ambientato le scene in un freddo Friuli, troppo distante dall'atmosfera di bassa padana paludosa e industrializzata che fornisce al libro una cornice essenziale. Sono perplesso.

# Per il telgiornale di Lira Tv oggi a Salerno non c'è stato nessuno sciopero generale della CGIL. Il traffico che ha bloccato tutta la città sarà stato provocato esclusivamente dalla pioggia. Migliaia di persone in corteo sono state elegantemente cancellate da TG forse per via dei troppi slogan contro il Sindaco.

# Nessuno sembra parlare dei contenuti di ciò su cui stava indagando De Magistris prima che venisse fermato dai vertici politici e giudiziari italiani. Peccato.

# Purtroppo Mutti è costretto a schierare pressocchè la stessa formazione di Castori. E come dice Gerry Scotti : che Dio ci benedica!

# Quello che accade in Grecia è sconcertante, terribile e grandioso. Gli studenti, i giovani, si sono rotti il cazzo e volgiono vendicarsi dell'omicidio a freddo di Andreas. La polizia si sta già inventando la storia di proiettili vaganti che rimbalzano (dove l'ho già sentita questa storia?) e gli stalinisti del KKE inveiscono contro i manifestanti "incappucciati" (anche questa non mi è nuova...). Però i ragazzi non vogliono fermarsi e gli scontri continuano. Sembra che vogliano dirci una cosa fondamentale, che non hanno niente da perdere.

giovedì 11 dicembre 2008

Christmas Karol

di Alessandra Daniele

Fu svegliato da uno strano clangore di ferraglia.
Aprì gli occhi, e lo vide davanti al suo letto, in piedi, vestito di bianco, alto ma curvo, come negli ultimi anni. Coperto di grosse catene rugginose.
- Salve Joseph – disse. La sua voce inconfondibile sembrava provenire dal fondo dell’inferno.
Joseph biascicò un urlo strozzato
- Karol? ..Non è possibile! Sei morto!...- a fatica si tirò su dal cuscino, poi spalancò la bocca – Allora anch’io sono morto!…Maledetti, lo hanno fatto di nuovo, hanno avvelenato nel sonno anche me come quel povero stronzo!….

- No Joseph, tu non sei ancora morto. Non più del solito, almeno. Sono stato mandato qui per annunciarti che quest’anno non te la sei cavata con la messa, la tua notte di Natale non è ancora finita, e sarà peggiore di quanto previsto dal cerimoniale. Peggiore persino del concerto di Canale 5.
Lo spettro sghignazzò, facendo cigolare le catene, e svanì.
Joseph si ritrovò seduto nella neve, davanti a una casa in stile bavarese. La casa dov’era cresciuto.
Con uno sforzo si girò a quattro zampe, si alzò rabbrividendo, e si guardò attorno: non c’erano automobili o antenne, tutto era come nei suoi ricordi d’infanzia. Quasi senza rendersene conto, sorrise.
Come sbucato dal nulla, un uomo gli si avvicinò. Alto, sulla cinquantina, cappello, occhiali, bastone, e un lungo cappotto.
- Professor Goldstein!…Mi ricordo di lei!…
L’uomo sorrise
- Anch’io mi ricordo di te. Eri così studioso, educato, disciplinato. Sempre in ordine. Anche l’ultima volta che ti ho visto eri in ordine. Avevi la divisa impeccabile.
L’uomo gli sferrò una bastonata di taglio, sbattendolo a terra
- La divisa della Hitlerjugend. Sì Joseph, mi ricordo di te.
- Ero un ragazzino! Avevo quattordici anni! Non è stata una mia scelta, reclutavano tutti!…
L’uomo sferrò un’altra bastonata.
- No, non tutti. Mio figlio non l’hanno reclutato, l’hanno preso. Ti ricordi anche di lui? Aveva la tua età di allora. E non ne avrà mai un’altra. E’ morto soffocato dal gas, insieme a me, a sua madre, e a sua sorella di cinque anni, mentre tu lucidavi i bottoni della tua divisa nuova.
L’uomo assestò una terza bastonata. Joseph si girò cercando di sottrarsi. Vide che attorno a loro le case in stile bavarese erano sparite. Restava solo una sconfinata distesa di neve percorsa da filo spinato.
- Non lo sapevo! Non lo sapevo!…- piagnucolò.
- Giusto. Allora non lo sapevi. Adesso lo sai però, vero?…Quindi perché beatifichi quel viscido farabutto del tuo pio collega? Lui lo sapeva allora. Lui non era un ragazzino.
L’uomo sollevò a due mani il bastone, e fece per abbatterlo sul cranio di Joseph.
Joseph strillò coprendosi la testa con le braccia.
Fu assalito da un’ondata di calore bruciante.
Si ritrovò in una piazza deserta e assolata.
Accanto a lui un ragazzo bruno, dai grandi occhi neri, scuoteva la testa.
- Scommetto che quel babbione di Karol non ti ha spiegato quello che ti sarebbe successo stanotte. Voleva lasciarti la sorpresa – accennò un sorriso – sì, lui ha sempre avuto il senso dello spettacolo. Beh, come penso avrai capito, quello che hai appena incontrato era il fantasma del tuo passato. Io invece…sono quello del tuo presente.
Improvvisamente la piazza si riempì di persone vocianti. Perlopiù uomini baffuti, e qualche donna velata. La folla afferrò Joseph e il ragazzo, li trascinò brutalmente, e li issò su di un patibolo improvvisato.
- Ehi, no, un momento! – gridò Joseph, dibattendosi – questi sono fanatici musulmani! Non c’entro niente con loro!
Il ragazzo sospirò, mentre ad entrambi legavano le mani dietro la schiena
- Ma Joseph, non senti come ci stanno chiamando?…Ah, già, tu non sei poliglotta come Karol, non li capisci…beh, traduco io: nella città in cui abiti si dice “froci”. Già, quelli che tu preferisci vedere impiccati, che sposati. L'hai detto chiaro anche all’ONU.
- …e tu sei?…
- Sì. Dici che non si vede? Certo che non si vede, stronzo. Non andiamo mica sempre tutti in giro vestiti da Drag Queen…come te.
Un paio di baffuti infilarono un cappio al collo del ragazzo, altri due fecero lo stesso con Joseph, che si torceva scalciando e urlando.
- Lasciatemi andare! Io questo frocio non lo conosco! Non lo toccherei mai!…
- Che c’è Joseph, sono troppo vecchio per te?…Su, non ti agitare, la morte per impiccagione è un’esperienza che non può mancarti….la sensazione di soffocamento, l’osso ioide che si spezza, gli occhi spinti fuori dalle orbite….io ci sono già passato, ma per te sarà meno doloroso. A te non toccherà veder morire nello stesso modo accanto a te anche la persona che ami.
La botola sotto i loro piedi si aprì con uno scatto secco.
Joseph sentì lo strappo della corda.
Poi si ritrovò avvoltò dall’oscurità.
Non riusciva più a percepire il suo corpo, né nient’altro attorno a se. Era come fluttuare nel nulla più angoscioso e assoluto.
«Ecco, adesso sono davvero morto» pensò.
«Errato» disse una voce metallica nella sua testa.
«Sei…Dio?» pensò Joseph
«Errato» ripetè la voce metallica.
«Chi sei allora?.. »
«DIMON»
«Cosa?.. »
«Dspositivo Integrato di Mantenimento Organico Neuronale»
«Cosa?.. »
Joseph sentì un click, poi ancora la voce:
«Guida tecnica…attendere prego… Guida tecnica…. - partì una sorta di spot introduttivo – DIMON, il cyber-supporto che mantiene in vita ciò che resta del vostro cervello anche dopo l’incidente più devastante. Neanche un solo neurone attivo rimasto è troppo poco per noi, la vita è sacra! DIMON, approvato dalla Chiesa Rinata Unificata Cristiano-Capitalista d’Occidente!»
«Aspetta…tu saresti il fantasma del futuro?.. – pensò Joseph – Vuoi dire che sono condannato a un’eternità di coma meccanico?…Eh no, basta! Karol! Vecchio bastardo, dove sei? Noi abbiamo fatto un accordo! Tu mi hai lasciato il tuo posto, e in cambio io, quand’è arrivata la tua ora, t’ho fatto staccare la spina senza accanimenti. Ti ricordi? Beh, ho già fatto lo stesso accordo col mio successore, quindi non ci sarà nessun “DIMON” nel mio futuro, quest’incubo finisce qui, io me ne torno nel mio letto...e domattina lo faccio bruciare!»
Un altro click interruppe i suoi pensieri.
«Alterazione percettiva in atto. Schema consueto: il paziente rivive l’allucinazione avuta la notte di Natale in cui è stato colpito dall’emorragia cerebrale, e crede di poterne uscire come da un incubo, ritrovandosi nel suo corpo di allora. Terapia consigliata: elettroshock.»
La scarica trasformò la marea di nulla in un oceano di dolore.
«Alterazione percettiva cessata. Il paziente è tornato consapevole della sua condizione attuale».
Mentre riemergeva dal dolore al nulla, a Joseph sembrò di sentire un lontano rumore di catene, e l’eco ghignante di una frase.
«Buon Natale a tutti quanti».

mercoledì 10 dicembre 2008

Il programma

"Non c'è bisogno della fantascienza per concepire un meccanismo di controllo che dia in ogni momento la posizione di un elemento in ambiente aperto, animale in una riserva, uomo in una impresa (collare elettronico). Félix Guattari immagina una città in cui ciascuno può lasciare il suo appartamento, la sua strada, il suo quartiere grazie alla sua carta elettronica (dividuale) che faccia alzare questa o quella barriera, e allo stesso modo la carta può essere respinta quel giorno o entro la tal ora; ciò che conta non è la barriera ma il computer che ritrova la posizione di ciascuno, lecita o illecita, ed opera una modulazione universale. Lo studio socio-tecnico dei meccanismi del controllo, visti nel momento della loro nascita, dovrà essere categoriale e descrivere ciò che è già in procinto di installarsi al posto degli ambienti di reclusione disciplinare, di cui tutto annuncia la crisi. Può darsi che vecchi mezzi improntati alle antiche società di sovranità, riappaiano sulla scena, ma con gli adattamenti necessari. Ciò che conta è che noi siamo all'inizio di qualcosa. Nel regime delle prigioni: la ricerca di pene "sostitutive" almeno per la piccola delinquenza, l'utilizzo di collari elettronici che impongono al condannato di rimanere a casa in certe ore. Nel regime dell'istruzione: le forme di controllo continuo e l'azione di formazione permanente sulla scuola, il corrispondente abbandono di ogni ricerca all'università, l'introduzione dell'"impresa" a tutti i livelli di scolarità. Nel regime ospedaliero: la nuova medicina "senza medico né malato" che tratta malati potenziali e soggetti a rischio, non testimonia assolutamente di un progresso verso l'individuazione, come si dice, ma sostituisce ad un corpo individuale o numerico, la cifra di una materia "dividuale" da controllare. Nel regime d'impresa: i nuovi trattamenti del denaro, dei prodotti e degli uomini che non passano più per la vecchia forma-fabbrica. Sono degli esempi molto ridotti, ma che permettono di capire meglio che cosa si intenda per crisi delle istituzioni, cioè l'installazione progressiva e diffusa di un nuovo regime di dominazione. Una delle questioni più importanti riguarda l'inettitudine dei sindacati: legati in tutta la loro storia alla lotta contro le discipline o negli ambienti di reclusione, si potranno adattare o lasceranno il posto a delle nuove forme di resistenza contro le società del controllo? Si possono già cogliere delle anticipazioni di queste forme a venire, capaci di attaccare le gioie del marketing? Molti giovani pretendono, stranamente, di essere "motivati", richiedono stage e formazione permanente; a loro toccherà scoprire ciò a cui questo li asservisce, come i loro antenati hanno scoperto non senza pena le discipline. Le spire di un serpente sono ancora più complicate dei buchi di una talpa".

Gilles Deleuze, La società del controllo, 1990

martedì 9 dicembre 2008

Blog e letteratura

di Gherardo Bortolotti

Vorrei fissare alcuni appunti che, mi sembra, potrebbero servire da base per una discussione sulla letteratura on line e, più specificatamente, sulla letteratura ed i blog.

Un blog, in poche parole, è una pagina web che viene sistematicamente aggiornata con nuovi contenuti. Il visitatore di un blog, quando arriva sulla pagina, vede in testa alla stessa l’ultimo contributo inserito, mentre i precedenti sono disposti sotto, in ordine inverso di apparizione. I contributi, o post, sono in genere testuali anche se possono presentare video, audio in file o in streaming, immagini e così via.Ogni post è indicizzato per data, cioè è legato al momento in cui è apparso on line. Inoltre, i post possono essere indicizzati per mezzo di tag, piccole espressioni in linguaggio naturale che cercano di dare conto del contenuto del post (per esempio, il post che recensisce un libro di fantascienza sarà taggato con “recensione”, “fantascienza”, il nome dell’autore, il titolo del libro e così via).I post, poi, prevedono uno spazio per i commenti, cioè un luogo in cui i visitatori possono dare un feedback immediato rispetto al contenuto proposto o rispetto ad altro. Infine, un blog presenta in genere una colonna dedicata ai link verso altri blog o, comunque, verso altre risorse on line - il cosiddetto blogroll.

Questo, diciamo, è l’esterno di un blog, quello che vede il visitatore. Il gestore del blog, cioè il blogger, vede le stesse cose ed in più ha accesso ad un’interfaccia di gestione. Questa interfaccia (il back-office, come viene definito di solito), comprende almeno due cose: un programma per gestire i contenuti del database che compone il blog (quelli da mettere on line, quelli già on line, etc.) ed un programma di videoscrittura, non troppo diverso da un applicativo come Microsoft Word, per esempio, che non richiede nessuna particolare conoscenza di informatica (HTML, scripting o altro).

Un blog può essere aperto da chiunque, dato che sono presenti in rete numerosi provider gratuiti (Splinder, Blogger, Blogsome, Wordpress.com, etc.), alcuni dei quali mettono a disposizione dei software veramente di ottima qualità, e sembra che in effetti siano proprio tantissimi quelli che decidono di aprirne uno. Technorati, motore di ricerca focalizzato sui blog, ne conta a tutt’oggi quasi 113 milioni (una cifra che non si afferra con facilità - e che, per altro, richiederebbe alcune precisazioni - ma che, in effetti, può essere apprezzata se si pensa che comporta qualcosa come una ventina di nuovi post al secondo).

Ora, a partire da questa veloce e schematica descrizione di un blog (ovviamente, rispetto al modello che ho illustrato, si possono trovare parecchie eccezioni, e differenze, passando da un’implementazione all’altra) mi sembra che si possano individuare le “dimensioni di base del blogging” e metterle in relazione con la letteratura - o, meglio, con l’idea che abbiamo di letteratura.

1.

La prima dimensione è, certamente, quella della produzione di contenuti. Della massiva produzione di contenuti, a ben vedere, dati i numeri del fenomeno. Il blog in effetti, se si basa su qualcosa, si basa sul continuo aggiornamento del proprio database con nuovi post, nuovi testi, nuove immagini e così via. In un processo virtualmente inesauribile, il blog accumula i propri elementi, validi in quanto ulteriori tratti di quello stesso processo, creando una sommatoria di singole istanze che non prevede, strutturalmente, una fine.

Questo aspetto, che non è specifico dei blog ma che è un tratto caratteristico del cosiddetto Web 2.0 (ma, a ben vedere, anche di tutta le rete), mi sembra introdurre una forte novità, se messo in relazione all’idea che abbiamo in genere della letteratura.

Di solito, infatti, quando si parla di letteratura si intende la “buona letteratura”, ovvero si intende il risultato di una serie di filtri, di meccanismi di rarefazione, selezione, scarto e promozione, che produce un canone, più o meno condiviso, di testi eccellenti. La stessa scrittura letteraria la si intende in genere come una specie di “meccanismo del levare”, sia quando viene intesa in senso classicista che in senso manierista.

Il blog, invece, propone un modello basato sull’aggiunta in cui, per riprendere un’opposizione da manuale, conta più il contenuto della forma, e la cui modalità è l’accumulazione e non la selezione. Il blog si costituisce su quelle unità di contenuto che sono i post e non importa se i testi (o le immagini, i video, etc.) siano il frutto di una cura particolare, dell’elaborazione di uno stile, di una retorica specifica. La forma generale dell’elenco, che lo innerva, riporta (ma, si noti, non necessariamente riduce) il valore di qualunque suo elemento a quello della mera unità costitutiva.

In qualche modo, questo processo di accumulazione può ricordare l’accumularsi delle merci ma, in effetti, c’è una differenza, a cui ho appena accennato: se la merce è “il sempre-uguale in grandi masse” - secondo l’espressione di Benjamin -, i contenuti della rete sono singolarmente irresolubili e valgono piuttosto come il sempre-diverso in grandi masse. Si tratta certo di una diversità fatta per lo più di particolari minimi, scarti millimetrici, peculiarità marginali, eppure permette al singoli contenuti di avere un valore autonomo e, proprio per questo, valere come elementi dell’accumulazione.

2.

La seconda dimensione è quella temporale. Come si è detto, infatti, il blog si sviluppa lungo l’asse del tempo, secondo le vicende dei suoi aggiornamenti; i post sono indicizzati per data e la pagina presenta i contenuti in base alla loro apparizione.

Di nuovo, questo aspetto sembra rappresentare una novità dato che, in genere, il testo letterario gode di una specie di condizione extra-storica, per la sua natura finita e sfruttando l’apparente trascendenza del linguaggio. Sulla separatezza del testo letterario, in effetti, si sono costituite diverse questioni teoriche e, per esempio, uno dei problemi che si è posta spesso la letteratura è come possa il testo stesso “entrare” nella realtà del lettore.

Il blog, invece, non esiste in una sua completezza extra-storica, dato che non è mai finito (essendo, al massimo, interrotto) e, per di più, dato che la storia, il tempo in cui si dipana, è lo stesso del fruitore, addirittura con le stesse date, lo stesso calendario. Questa è certamente una condizione nuova per il testo letterario, diversa anche da quella delle pubblicazioni periodiche (del feuilleton, per esempio). Il fatto è che l’attività di chi produce i contenuti, e quindi la “storia” del testo/blog, è tracciabile, non viene più rimossa dalla completezza dell’opera (si noti: le date dei post possono essere manipolate e la tracciabilità che assicurano non è necessariamente affidabile, eppure questo non cambia la nuova condizione in cui il testo viene messo).

Il testo letterario, inoltre, funziona anche al suo interno come una sorta di trappola temporale. In effetti, non si limita ad apparire come un feticcio extra-storico ma basa questa sua pretesa sulla capacità che ha di introiettare la dimensione temporale. La letteratura, come è noto, cerca di chiudere in sé lo scorrere del tempo, sfruttando i meccanismi della narrazione, l’ipostasi della voce lirica, la circolarità della scrittura/lettura.

Il blog, invece, non sembra premettere questo. Credo sia abbastanza facile notare, per esempio, che leggere un testo letterario “normale” pubblicato in un post richiede un’astrazione maggiore e, in effetti, la ragione sembra proprio essere questa temporalità esibita del blog. Chiaramente, anche la produzione su blog cerca di gestire il tempo, di catturarne lo scorrere e l’entropia, ma l’impressione è che, alla circolarità della scrittura/lettura, preferisca una specie di strategia da “capsula del tempo”, da reperto archeologico, da object trouvé.

3.

La terza dimensione, ancora, è la dimensione sociale. Nella descrizione precedente, ho cercato di darne conto indicando la presenza dello spazio per i commenti, in cui questa socialità si esplica, ma in effetti la si può vedere anche nel blogroll e, in modo più peculiare, nei tag. Questa dimensione, altro aspetto tipico del Web 2.0, è in genere riportabile alla nozione di comunità che si crea attorno al blog stesso, una comunità simile a quella che si crea attorno ad un testo letterario ma che possiede, a ben vedere, dei tratti caratteristici molto marcati.

Nella comunità del blog, per prima cosa, alcuni ruoli ed alcune gerarchie, tipici della comunità che si crea attorno al testo letterario, si indeboliscono parecchio. Per quel che riguarda i ruoli si può notare, dato che i visitatori producono a loro volta contenuti attraverso i commenti, che la distinzione tra chi scrive e chi legge, tra produttore di testo e fruitore, viene resa molto meno netta, almeno dal punto di vista della “natura” del blog (che, come si è detto, sembra dare priorità al contenuto, a prescindere da altre considerazioni). A fronte di questa debolezza nella distribuzione dei ruoli, le gerarchie di valore che in genere se ne derivano (per esempio la maggiore “importanza” dell’autore) risultano a loro volta indebolite. Non solo: l’allentamento della distinzione tra spazio pubblico e spazio privato, tipica della rete (nella realtà virtuale, infatti, non si è mai collocati completamente fuori dal proprio privato pur frequentando luoghi non-privati), e l’immersione del blog nel tempo del fruitore, danno a loro volta un tono peculiare alla comunità del blog.

Un’altra caratteristica di questa comunità è la sua natura para-tribale, per così dire. Questa è forse il tratto meno immediatamente ovvio ma che, pure, meriterebbe la maggiore attenzione, dato che sembra costituire una specie di nuovo modulo socio-culturale. Quello che intendo è che siamo abituati a pensare che un testo letterario riesca a riunire attorno a sé o un pubblico generico e generalista oppure una porzione determinata di quel pubblico. Nel primo caso, grazie alle sue supposte capacità di cogliere lo “spirito” della gruppo in senso lato in cui si colloca (la nazione, il popolo, la gente); nel secondo, grazie alla sua capacità di targettizzare il pubblico generico e ricavarsi la sua nicchia.

Quello che succede nel caso del blog, invece, sembra nettamente diverso. La comunità a cui dà luogo non è quella generalista perché la struttura di distribuzione della rete non prevede più una o più fonti maggiori di informazione che si rivolgono immediatamente ad un bacino di utenza generalista ma, piuttosto, si costituisce su reti locali di distribuzione, integrate ad un livello superiore in reti più ampie (non per niente Internet è la “rete delle reti”). Non è nemmeno una comunità targettizzata, però, perché la meccanica del target è esclusiva (almeno dichiaratamente) e legata a caratteri formali del prodotto, mentre il blog, come si è visto, sembra disinnescare la dimensione formale e per di più genera comunità inclusive se non, in un certo senso, schizofreniche.

Per definire la comunità generata dal blog, quindi, uso il termine para-tribale, anche se lo ritengo inadeguato. Non è adeguato perché, come ho appena segnalato, le comunità on line, anche se tendono ad una specie di identità settaria, in verità non se lo possono permettere: i loro componenti fanno parte, in genere, di più comunità contemporaneamente e questo dà luogo ad una specie di schizofrenia che contrasta con l’identificazione tribale (e, d’altra parte, lo stesso sistema di link in cui il blog si colloca, rinvia più ad una specie di federazione che ad una tribù). Tuttavia, l’espressione coglie un aspetto feticistico che mi sembra ricorrente nelle comunità legate ai blog e che, come ho già accennato, è esemplificato dalla pratica del tagging. Le comunità on line, infatti, sembrano spesso costituirsi attorno ad alcuni termini, alcune espressioni, per esempio quelle costituite dai tag o dalle parole-chiave inserite nei motori di ricerca. Anzi, molto probabilmente, le comunità più numerose a cui i blog danno luogo non sono tanto quelle esplicite dei commentatori o dei blog linkati ma quelle comunità puntiformi, istantanee e intermittenti che si costruiscono nelle successive “adunate”, di individui che ricercano determinate espressioni, attorno a quelle espressioni ed ai testi che le contengono.

4.

La quarta dimensione è la dimensione transnazionale. Anche questa è una caratteristica della produzione on line in genere e la si deriva dalla natura stessa della rete che, se pure ha un accesso locale, in verità porta immediatamente ad un circuito globale. Questo implica un cambiamento di scala ed un bacino di utenza staccato dalla dimensione nazionale. Chiaramente, continuano a funzionare meccanismi di raggruppamento, come le aree linguistiche o le affinità culturali, e tuttavia sono ridotti a elementi di articolazione e non a princìpi fondanti.

La differenza che introduce questa dimensione, rispetto ai termini secondo cui siamo abituati a pensare la letteratura, è di una certa rilevanza. In effetti, la letteratura è organizzata in termini di tradizioni nazionali. Anzi, si può dire che la letteratura viene identificata con l’insieme dei canoni nazionali, e cui mi riferivo più sopra, messi eventualmente in relazione attraverso studi comparativi e traduzioni. Il costrutto “canone nazionale” è talmente forte che i singoli testi costruiscono una parte sostanziale della proprio individualità a partire dalla propria collocazione nel dibattito nazionale, in una rete di rimandi filologici e tematici, contribuendo a loro volta a farlo procedere nella sua crescita.

Il riferimento all’area geografica, per altro, non ha solo un côté culturale ma si realizza nella struttura stessa dell’industria editoriale che ha una sua distribuzione basata sulle aree linguistiche e sui bacini di utenza nazionale. È vero che, soprattutto negli ultimi decenni, si è sviluppata una specie di produzione standard internazionale, basata sulla pubblicazione massiccia di traduzioni e incarnata in una specie di canone globale di best-seller e classici contemporanei; tuttavia, questa situazione sembra piuttosto un’implementazione avanzata (maggiormente dinamica) del modello a più canoni che indicavo in precedenza.

Lo scenario in cui ci si trova con la produzione on line è diverso, per almeno due motivi. Il primo è che il meccanismo di distribuzione, come si è detto, è di portata immediatamente globale. Questo non comporta un mero allargamento del bacino di utenza ma un diverso ambiente, una nuova piattaforma, comune e senza caratterizzazione nazionale, in cui la produzione e la fruizione di testi vengono a trovarsi. In questo ambiente - in cui i meccanismi di filtro, la forza normativa e le risorse interpretative fornite dal canone si indeboliscono - i testi stranieri, in verità, appaiono meno stranieri anche se in qualche modo più anodini (oppure, e meglio, meno stranieri proprio perché più anodini). Il secondo motivo è che gli apparati di mediazione (in primis: le traduzioni e le edizioni straniere) che permettono la comunicazione tra i canoni sono, in un certo senso, messi tra parentesi (ed in questo ha sicuramente un peso significativo quell’indebolimento dei ruoli, di produttore e fruitore, sottolineato più sopra) a favore di un rapporto diretto con i testi di provenienza estera, reperibili on line ed immediatamente fruibili.

Una parte fondamentale, in questo passaggio, è rivestita senza dubbio dall’inglese che, grazie alla sua natura di lingua franca, oltre al vantaggio di essere la lingua dell’informatica e dei più importanti operatori on line, sembra costituire una specie di tessuto linguistico comune, adatto alla dimensione transnazionale del nuovo scenario. Tuttavia, al riguardo, mi sembra che vadano segnalate almeno tre cose: la prima è che l’inglese della rete non è un inglese “nazionale” ma una specie di super-inglese caratterizzato da un’ampiezza di spettro che passa dallo slang dei parlanti nativi ai pidgin di utenti non anglofoni e che, tuttavia, producono contenuti in inglese; la seconda è che, proprio per questo motivo, quelli che, tra gli stessi utenti non anglofoni appena segnalati, producono testi esplicitamente letterari non stanno “entrando” nella letteratura inglese; la terza cosa, infine, è che l’inglese è anche la lingua di una delle esperienze fondamentali della cultura globalizzata, cioè l’esperienza della merce, e come tale entra senza scosse nei circuiti della produzione on line.

5.

La quinta e ultima dimensione che vorrei sottolineare è quella della gratuità e, comunque, dell’accessibilità in genere. Come segnalavo più sopra, in rete sono presenti parecchi servizi gratuiti che offrono a chiunque la possibilità di aprire un blog e, allo stesso modo, segnalavo come l’interfaccia per la produzione dei contenuti sia estremamente accessibile.

Questo, di nuovo, è un aspetto che ritroviamo in molte realtà della rete ed è caratteristico del cosiddetto Web 2.0, i cui servizi sono progettati per avere la maggior facilità possibile di utilizzo (e sono, in genere, disponibili gratuitamente). Grazie a questi due aspetti, oltre ad una specie di desiderio diffuso di costituire una proprio soggettività nella rete (che però richiede un discorso specifico e che esula da questa sede), si può forse spiegare lo sviluppo impressionante di Internet e la sua capillare diffusione nei termini di “utenza domestica”.

Rispetto all’idea di letteratura a cui facciamo in genere riferimento, questa ultima dimensione ripresenta, in parte, un aspetto che si è già visto, ovvero il fatto che la produzione on line indebolisce i meccanismi di rarefazione che stanno alla base della “buona letteratura”: la gratuità e l’accessibilità si sostituiscono, in un certo senso, alle scelte editoriali ed all’apprendistato letterario. Ma mi sembra che ci sia anche un altro aspetto che questi due elementi mettono in luce e, cioè, che il fenomeno della produzione testuale on line rappresenta, in effetti, quello che potremmo chiamare il passaggio della letteratura al “circuito della comunicazione”, facendo in modo che la letteratura accetti uno degli elementi cardine della comunicazione, ovvero l’accessibilità, appunto.

Sul versante specifico della gratuità, poi, mi sembra che possano essere fatte almeno altre due considerazioni. La prima è che la gratuità della rete è una specie di mezza verità, cioè una verità non completa ma pur sempre vera. Quello che è vero è che milioni di individui per cui non era previsto un ruolo come “produttori di senso” possono accedere alla rete e costituirsi come soggetti al suo interno, esprimendosi, entrando in relazione, producendo contenuti e così via, senza che la cosa gli costi più del prezzo della connessione (si noti che, rispetto ad un modello culturale basato su pochissime fonti di significato e tantissimi fruitori-spettatori, ovvero quello corrente, questo passaggio non è di poco conto). La parte che manca è che, come nel caso della televisione si offre intrattenimento gratuito a “teste” che vengono poi vendute agli sponsor, così nel caso della rete si offre agli utenti la possibilità gratuita di mettere on line dei contenuti, che attireranno altri utenti che a loro volta produrranno la loro parte di dati, e si vende il traffico, che tutto questo genera, di nuovo agli sponsor.

La seconda considerazione riguarda più da vicino il testo letterario. Gli aspetti economici (non solo in termini industriali, come nel caso dell’editoria moderna, ma anche semplicemente in quelli di risorse disponibili, di possibilità di trasformarle, etc.) hanno un’influenza specifica sulla produzione letteraria. Negli ultimi due secoli, addirittura, sono stati uno degli elementi interni al dibattito critico e teorico, avendo un peso nella formulazione di idee come “arte per l’arte”, “best-seller”, “popolarità” e così via.

Per rendersi conto dell’importanza della dimensione economica nella produzione letteraria, d’altra parte, basterebbe pensare, tra le altre cose, alla lettura benjaminiana di Baudelaire, alla teoria dell’avanguardia sul mercato come anche alle difficoltà che incontra la piccola e media editoria ed alla gestione dei titoli sugli scaffali, nelle librerie oppresse dalle spese di magazzino. Ora, il “pubblico letterario” della rete non è un pubblico pagante e il testo messo a disposizione non è una merce (la merce, come si è detto, è piuttosto l’intero ciclo di produzione/fruizione ma, chiaramente, questo è ancora un altro discorso). Per la prima volta da due secoli, almeno, il testo letterario è in grado di sfuggire al feticcio della merce ed al suo valore di scambio. Non solo: per la prima volta dall’invenzione della scrittura come tecnologia per l’immagazzinamento dei dati, le piattaforme a disposizione sono talmente capaci e di costo così ridotto che non impongono virtualmente nessun tipo di considerazione sulla selezione, la promozione, il mantenimento dei testi. Mi sembra giusto, anche se forse ovvio, sottolineare che non si tratta di un’isola di Utopia quella raggiunta e, tuttavia, non posso fare a meno di notare la differenza tra lo scenario che si sta costituendo e quello, invece, a cui siamo abituati.

Questi mi sembrano gli aspetti da prendere in considerazione nell’affrontare la questione della produzione letteraria on line, dei blog letterari e così via. Concludo tuttavia, segnalando che, a ben vedere, sono probabilmente aspetti di cui tenere conto ormai in una qualunque discussione sulla letteratura oggi, data la sempre maggiore diffusione della rete nella vita quotidiana e, quindi, negli usi degli autori e soprattutto dei lettori

domenica 7 dicembre 2008

Ilio

Il comandante guarda i volti fieri della truppa schierata davanti a lui. Sono dieci uomini in tutto, la pelle color d'ebano, il fucile sul fianco e lo sguardo attento. Una volta ancora ripete le ultime istruzioni prima dell'assalto. Nella stanza dietro al cortile battutto dall'implacabile sole d'Africa, l'altro apostolo venuto da Trieste sta scrivendo l'ultima pagina della Voce degli Abissini. Il ciclostile è pronto per stampare una serie di articoli di incitamento alla lotta.

- Questo è lo schema definitivo d'attacco. Dobbiamo sorprendere la guardia che passa per questa strada ogni giorno e fa lo stesso giro con il camion guidato dagli ufficiali. L'importante è far partire i primi colpi dall'alto sia davanti che dietro contemporanemente. Penseranno di essere stati accerchiati e che siamo un bel po' di più a sparargli addosso.

Il comandante Ilio sorride e si passa una mano sulla fronte imperlata di sudore e sul colletto della camicia altrettanto bagnata dal caldo e dall'umidità delle tre di pomeriggio. Alla truppa davanti a lui, invece, il calore sembra non fare nessunissimo effetto. Sono ragazzi, alcuni sono giovanissimi, figli di Axum, la capitale religiosa d'Etiopia, sfregiata e stuprata dalle squadracce del generale Graziani. Alcuni di loro si sono arruolati nella resistenza perchè hanno perso la famiglia durante i primi feroci giorni di occupazione. Ilio guarda di nuovo il loro volto. Sorridono. Sono pronti all'attacco. Sorridono e nascondono il dolore di una famiglia bruciata viva dai gas dell'Iprite, delle madri soffocate dalle bombe chimiche sganciate dall'alto, dai fratelli massacrati con le baionette.
Ilio è arrivato in questo posto lontanissimo e sperduto del continente nero per combattere un'altra battaglia di quella guerra che combatte da quando era bambino e lavorava nei cantieri navali di Livorno. Il nemico è sempre lo stesso ed ha la camicia nera.

- Ilio, questa la devi proprio sentire!
Il triestino si avvicina al compagno con in mano il telegramma che giunge da Addis Abeba.
- Sei diventato Vice-Imperatore!
- Ma che stai dicendo?
- E' proprio così, leggi anche tu. Sua Eccellenza il Ras Tafari Makonnen, Imperatore di Etiopia, ti nomina suo vice per i meriti acquisiti sul campo ed il valore mostrato nel combattere i comuni nemici del nostro popolo sofferente. Vice Imperatore...
Il triestino fa un gesto plateale ed ironico di riverenza al compagno chinandosi fino a terra per poi scoppiare a ridere fragorosamente.
- Vabbene, caro, puoi anche alzarti...su, su, coraggio
Scherza Ilio fingendosi accondiscendente e altezzoso.
- Vabbene, veniamo a noi. Imperatori o meno, le pallottole da sparare ai fascisti sono sempre le stesse, e vediamo di farle arrivare a destinazione.

Il comandante guarda i suoi uomini e lascia un sospiro. Si rimette il cappello e va a prendere il suo fucile.

giovedì 4 dicembre 2008

Nun c'è problema

La telefonata arriva durante il viaggio, dopo che siamo usciti dall'autostrada.
- Dice che li ha fermati la Finanza.
- Ma gli hanno trovato il fumo?
- Si. Veramente lo hanno buttato dalla macchina quando hanno visto il posto di blocco, però i finanzieri li hanno sgamati. Comunque non gli hanno fatto il verbale e li hanno lasciati andare.
Questa non ci voleva. Ora ci tocca camminare in culo alle macchine davanti per non farci vedere e fermare pure a noi. Che da stamattina ci stiamo fumando qusto polline spettacolare pieno d'olio che pare che avanti a squagliare hanno fatto la frittata. Vabbè. Per un pelo non facciamo un incidente.
Comunque eccoci qua, destinazione raggiunta. Primo posto di blocco dei carabinieri. Documenti, biglietto, tutto in regola. Nel pullmino affianco ci sta uno drogatissimo tutto esagitato che fa di tutto per farsi arrestare, ma non ci riesce. Ce lo troviamo all'ingresso dello stadio pure a lui. Questa volta non possiamo entrarci con la macchina, nello stadio, che ci mettono su degli autobus scassatissimi e ci portano in corteo. Quando arriviamo e passiamo per i tornelli non è che sia un granchè, con queste inferriate posticce sui gradoni della curva. Solo così potevano fare la serie B questi qua, arrepezzando uno stadio a norma senza criterio, che non si vede un cazzo dell'altra porta.
Fa caldo. Iniziamo. I nostri sono in maglietta bianca. Passa poco e un tiro da lontano fuori dall'area si alza forte e poi si abbassa d'improvviso a fianco al loro portiere che rimane immobile e lo fa passare. E' gol. Non ne vedevo uno da Modena. E poi quello era un rigore. E' gol, non ci credo. Sulle inferriate quasi cadiamo. Passa poco e un nostro contropiede va a segno, il sette scarta ed arriva davanti al portiere. Fa un tiro da sotto col collopiede che si stampa nella rete. Non ci credo. Ne abbiamo fatti due. Venti minuti e sono due. Fa ancora caldo ma iniziano a cadere le prime gocce di pioggia ed un venticello affiora da dietro le spalle.
Poi iniziano loro. Stanno là fuori che non si vede un cazzo. Calcio d'angolo. Gol. Un boato in lontananza. Che nervi. Punizione. Ribattuta e gol. Ci hanno già presi, cazzo. Passa poco e ce ne fanno un altro. Un boato di nuovo in lontananza. Diluvia. Non ci sono ombrelli. Non c'è riparo. Nell'intervallo cerchiamo una tettoia, una cazzo di tettoia che non c'è. Giro per le inferriate della curva e non la trovo, nessuno la trova. Siamo fradici. Mi levo il giubbino, fa freddo ma è meglio così che è inzuppato. Sto sotto le inferriate mentre piove, sto sui gradoni a filo del campo e vedo il loro contropiede. Un altro gol. Un altro tiro ancora e gol. Sono cinque. Uno dei nostri si fa cacciare, sono sei. Ancora boati in lontananza e microfoni dalla tribuna col nome del giocatore loro. Si comincia a cantare che a noi non ce ne frega proprio niente. Siamo comunque i migliori, o almeno così è che la pensiamo. Pure io, nel pullmann che ci riporta al parcheggio, mentre cantiamo, caccio fuori dal finestrino il pollice in alto in segno di vittoria mentre sulla strada ci fanno gestacci. Siamo i più forti. Nun c'è problema.

mercoledì 3 dicembre 2008

Tortuga





La "tortuga" di evangelisti: pirati analogici e hacker digitali


Rogério de Campos pensò che la sua ora fosse venuta. Il ponte del Rey de Reyes somigliava al pavimento di un mattatoio. Il sangue scorreva a rivoli o si espandeva a macchie, tra gli alberi abbattuti, i fasci di vele e gli intrichi di sartiame reciso… Inizia così Tortuga (Mondadori / Euro 16,50 / pp.316), il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, in libreria dal 4 novembre.

Dal creatore della celebre saga dell’inquisitore Eymerich, una storia di pirati, vascelli e avventure sugli oceani. Un romanzo che va alle origini della pirateria «analogica», ma che fornisce elementi per analizzare e comprendere ciò che accade oggi nell’Era informatica.
Quella che racconta Evangelisti è una grande storia di avventura «Volevo condensare alcuni aspetti semrpe presenti nell’essere umano, nei suoi diversi periodi storici: la strumentalizzazione della violenza operata dai potenti, gli interessi commerciali che producono la guerra, la costante tendenza (incombente) alla barbarie, la difficile divisione tra bene e male».
Nel viaggio attraverso gli occhi di Rogério, sfila l’umanità senza regole dei Fratelli della Costa, bucanieri che - nel XVII secolo - imperversavano sulle loro velocissime navi nei mari di mezzo mondo, assaltando i vascelli che incrociavano, per depredarne le stive e spesso affondarli.
«Tortuga era un’isola dei Carabi (vicino Haiti ndr), per molti decenni fu la capitale della Filibusta». I pirati del romanzo, al servizio della corona francese, predano le navi nemiche (olandesi, spagnole, inglesi) che trasportano merci e schiavi, rivenduti o sacrificati senza troppe questioni. Evangelisti svela l’altro lato della pirateria, quella a servizio dei governi, una comunità solo apparentemente libera, in realtà strumento dei potenti «A Tortuga finivano i ribelli, gli emarginati, gli evasi, o i marinai che rifiutavano il servizio militare. Una masnada di irregolari di tutta Europa che, per qualche ragione, non si era adattata alle leggi, e che andava in quel terreno franco, all’incrocio delle rotte di galeoni carichi di ricchezze».
I pirati analogici «vivevano di predazione e una sorta di forma repubblicana di auto-governo: eleggevano i capi, i loro erano comandanti revocabili e, se non reputati all’altezza, passibili di pena di morte, avevano una vita sessuale decisamente libertina. Ma la loro libertà era un’apparenza concessa: i pirati furono ampiamente manovrati dalla potenze, la comunità di Tortuga fu a servizio della Francia ma quando non servì più al Re fu rasa a zero, lo stesso accadde ai pirati della Giamaica a servizio dell’Inghilterra».

«I rapporti fra pirati erano frutto di relazioni gerarchiche, non tutti godevano degli stessi diritti (i mozzi erano le «donne di bordo»). Non bisogna farsi troppe illusioni sulle isole autonome, e questo vale per tutte le comunità che sembrano rette da democrazie…». È una evoluzione naturale «c’è stato un ‘68 anche in Giappone, breve ma intenso, successivamente i leader del movimento vennero cooptati dai governi, questo vale anche per la Rete: molti ribelli informatici sono cooptati dalle Corporation», è la logica dei rapporti di forza che Evangelisti vede, come sempre con ciniscmo e lucidità «un hacker moderno si ritiene libero e invece può essere funzionale alle multinazionali». Evangelisti continua nel parallelo pirati analogici-digitali «I pirati vivevano in un’area, il loro impiego andava a beneficio di uno e a danno di altri, allo stesso modo nella pirateria informatica non si è garantiti di essere liberi, perché il sistema fa parte di un’economia. Da quando esiste l’Indice dei titoli informatici, non si possono fare troppe battaglie contro…». La visione dell’autore rimanda quindi alle attuali questioni tra hacker, aperte da Phrack (l’autorevole e-zine), in cui la comunità dei Pirati informatici si interroga sull’attuale libertà della propria etica, ormai spesso al servizio delle multinazionali. «Sono rari i casi di hacker che riescono a violare siti governativi, o economici: l’ordinaria pirateria non sconvolge né la società né la rete, e abbiamo visto che, quando un governo vuole, riesce addirittura a bloccare il Web».
In Tortuga, immagini crude e scene di lotta senza pietà evocano le aspre guerre che, anche oggi, si combattono in tutto il mondo, seppur con tecniche/tecnologie differenti. Nel romanzo, le navi assaltate e gli equipaggi decimati non sono altro che emblemi colati a picco delle altre potenze in gioco. La storia di Evangelisti intreccia nomi ed eventi della grande Storia, attinge dati e simboli del periodo del Colonialismo, epoca di vantaggi commerciali strappati a forza - in economia, noti come logica della previous accumulation.
«La mia è una visione del mondo che parte dalla concezione homo homini lupus: la natura dell’uomo è l’animalità, il potere, o i personaggi con istinti totalitari, devono giustificare la propria condotta e allora ci costruiscono sopra un’ideologia», anch’essa da esportazione. «Gli –ismi servono a mantenere perenne ciò che è mutabile, è così che le ideologie pensano di incarnare la fine della storia: nei secoli, ognuno ha ritenuto di essere il coronamento di un’epoca, un’ideologia è automaticamente autoritaria, anche il liberalismo lo è nella misura in cui si considera come punto finale della contemporaneità. Invece il capitalismo di quest’anno è diverso da quello di 10 anni fa».
Dal traffico marittimo all’informatico, quale è il futuro del Web? «Una volta quasi tutto era gratuito, ora no, forse è un’evoluzione indispensabile propria allo spirito di frontiera dell’uomo, ciò che succederà forse sarà una nuova fase di Internet, una diversa sua modalità». Rischi e questioni che, oggi, più che mai sono aperte, acque che aspettano di essere regolamentate. «Le forze in campo oggi sono tante, ma non è venuta meno la logica delle grandi potenze, rispetto al passato è più palese il rapporto costi/benefici: si parte per una guerra predatoria ma ci si accorge che magari è costata troppo e allora si va verso la sconfitta economica più che militare, è successo all’Unione Sovietica con l’Afghanistan, accade ora agli Stati Uniti e al mondo occidentale: nel tempo l’istinto predatorio è rimasto: ciò che può trattenerlo è la fissazione di regole che viceversa, quando mancano, permettono ad alcuni di non stare ai patti, come dopo l’11 settembre». La situazione può cambiare attraverso un codice condiviso «gli -ismi non si sopprimono, si devono riequilibrare, a scala locale e internazionale, nel Web con la Netiquette (l’insieme delle regole di interazione tra utenti su Internet ndr)». Le Nazioni Unite «sono indebolite, va ripristinato l’quilibrio infranto che anche se in modo imperfetto garantisce un equilibrio in tutte le zone del mondo. Le battaglie si combattono con regole precise, così nella rete andrebbe diffusa una cultura dell’auto-regolamentazione».
Il senso ultimo dei pirati? «sono una forma di guerra e un’espressione dell’idea di conflitto, un caso particolare che la guerra, in generale, assume in un certo momento: la pirateria è una battaglia combattuta, un concetto non applicabile tanto alla pirateria informatica di basso livello quanto all’alto livello, che poi viene istituzionalizzato, o conviene a qualcuno: si nota chiaramente come le forme conflittuali che si sviluppano automaticamente nelle comunicazioni via rete scadano spesso nell’insulto: è una sindrome da «Isola dei famosi» tipica delle comunità chiuse dove si esasperano le concorrenze». Ciò accade perché «le community vaste si organizzano per tribù e nella grande dimensione sfugge il controllo, per me internet è positivo, ma ci sono dinamiche che vanno esplorate meglio: la psiche collettiva origina effetti imprevisti, che nel Web si concretizza in vantaggi economici. Così spesso le community fanno l’interesse di qualcuno che neanche si conosce». Per contro «i pirati erano consapevoli di fare gli interessi dei governi ed era un atteggiamento senza inutili infingimenti: festeggiavano il compleanno del re di Francia, combattevano una guerra per conto terzi, con una vita breve e trasgressiva, senza proporsi una ribellione aperta», ciò che li differenziava «era il cinismo estremo, più che la sola crudeltà: per loro tutto era denaro, una posizione paradossalmente più onesta», la posizione dell’autore prende così, in ultima analisi, anche il rapporto dell’uomo con l’autorità «Richelieu non era un cinico ma un uomo del Potere; anche Eymerich (il domenicano, personaggio della saga forse più conosciuta di Evangelisti ndr) è un idealista ma è comunque un uomo di potere, si ribella per imporre regole sue». Così è la coscienza delle regole e la loro conoscenza-applicabilità a fare la differenza «il mio rapporto con l’autorità è di insofferenza ma credo non si possa contestare un sistema da fuori: un eretico difficilmente può sfidare l’autorità, Eymerich agisce per conto e nome della Chiesa, ma ci riesce proprio perché si oppone all’interno di regole forti della stessa istituzione che le impone».
Tortuga di Valerio Evangelisti svela poi alcuni piccoli importanti dettagli della storia della Canaglia: anche La Bamba, che Ritchie Valens fece appena in tempo a rendere celebre negli anni ‘60, è una canzone pirata che viene da Veracruz, Messico: «i pirati la cantavano in modo lento (à la «Quindici uomini…e una cassa di rhum»). Si è scordato il lato musicale della pirateria, in cui si andava all’attacco facendo musica, suonando i tamburi e le spade, in modo rumoroso, anche quella era una forma di lotta trasgressiva». Tutte forme di guerriglia non convenzionale, «la bandiera pirata, la Jolie rouge, la Bella rossa, che poi diventò nera - il Jolly Roger – che serviva a mettere paura: il teschio con le tibie incrociate che ogni capitano adattava a sé, segno e simbolo del messaggio ai nemici (i Fratelli della Costa avevano il teschio con la clessidra, diceva: «il vostro Tempo è finito»).

tratto da http://maurogarofalo.nova100.ilsole24ore.com/2008/10/la-tortuga-di-e.html